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Società e concorrenza 16.03.2020

Gli effetti della pandemia sull’economia digitale

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1. Gli economisti studiano gli effetti dell’epidemia da COVID-19 sull’economia mondiale o su alcune macroaree, riprendendo anche dati relativi a precedenti pandemie, senza, tuttavia, conoscere con precisione la morbilità e la letalità del coronavirus 2019; né tantomeno il tempo in cui gli effetti della malattia si produrranno sul tessuto economico nazionale e sovranazionale; sconosciute sono anche le decisioni che saranno adottate da singoli governi e le regole statali e convenzionali che modificheranno il modo di fare impresa.

L’epidemia ha messo ancora più in crisi il ruolo dell’uomo, favorendo una nuova visione del mondo, secondo cui gli algoritmi computerizzati alla fine decifreranno e supereranno le prestazioni degli algoritmi biologici (Yuval Noah Harari). Gli uomini non appaiono più in grado di gestire l’immenso numero di dati, che dovrebbe essere affidato ad algoritmi digitali.

Malgrado alcuni avessero chiesto ai governi di prestare attenzione a quanto già avvenuto con l’ebolavirus, vi è stata una generale impreparazione e, di conseguenza, improvvisazione nelle scelte da adottare per arginare la nuova epidemia, con un risultato completamente diverso da quanto accaduto in occasione dell’ebolavirus. Una nuova pandemia era stata pure immaginata, ma nessun piano di protezione è stato progettato, malgrado fosse stata pubblicamente auspicata una strategia preventiva soprattutto per un possibile futuro virus, diffuso in vasti centri urbani, propagandosi per via aerea (Bill Gates). Tuttora, qualsiasi previsione viene svolta a breve termine e gli interventi del governo italiano si sono susseguiti giorno dopo giorno, in attesa dell’auspicato “Decreto Salva Economia” (decreto legge recante misure di potenziamento del servizio sanitario nazionale e di sostegno economico per le famiglie, lavoratori e imprese connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19), anche al fine di evitare licenziamenti di massa e crisi di imprese.

 

2. L’impatto in Italia del coronavirus 2019 si scarica su un “organismo socio-economico” già fortemente indebolito e colpisce subito i più deboli, ossia le imprese tecnologicamente vecchie e quelle che operano in determinati settori più esposti: c’è il rischio che gli effetti economici della pandemia si rivelino un moltiplicatore delle diseguaglianze. I settori su cui si poteva principalmente puntare, come turismo, trasporti e sport, sono oggi fermi.

In generale, una situazione epidemica come quella diffusa attualmente in Italia, provoca una riduzione dell’offerta di lavoro dovuta alla malattia (o nei casi più gravi alla morte) di un numero elevato di lavoratori o alla necessità di prendersi cura di familiari ammalati, con conseguente calo della produttività; la chiusura, anche se temporanea, di alcune aziende per tentare di limitare il contagio nelle zone colpite, oltre che per le difficoltà di rifornimento di componenti e materie prime; un forte calo della domanda da parte dei consumatori, con totale azzeramento in alcuni settori come quello del turismo e delle attività ludiche; un crollo del commercio internazionale e degli investimenti esteri. Nel frattempo, gli accordi presi impongono la consegna delle merci entro termini stabiliti per non incappare in risoluzioni contrattuali e penali da pagare.

Molti operatori economici, ora inattivi per decisione governativa, non sono nelle condizioni di pagare i propri fornitori, i quali a loro volta non hanno la disponibilità per estinguere le proprie obbligazioni, per cui si attua una situazione statica con una quantità di debiti venuti a scadenza senza possibilità di adempiere, anche se temporaneamente. Non vi è liquidità (disponibilità monetaria) per pagare. Non circola più ricchezza che, in parte, nemmeno si produce.

La situazione richiama alla mente la favola di Michal Kalechi sul debito e sul meccanismo di trasmissione monetaria. In un paese in cui tutti sono indebitati l’uno con l’altro, l’arrivo di un ricco e pio ebreo, che versa in acconto una banconota di 100 euro nella locanda del posto, consente la circolazione della stessa e l’estinzione delle reciproche obbligazioni, scoprendosi poi, al momento della restituzione della stessa al ricco ebreo, che la banconota, che aveva consentito l’estinzione di tutti i debiti, era falsa. In sostanza, l’immissione di liquidità può consentire la reciproca estinzione delle passività, maggiore ottimismo e, dunque, la richiesta di nuovi beni e servizi. Al momento, l’immissione di moneta virtuale, generata da un sistema informatico e non connessa all’emissione di moneta legale, non sarebbe sufficiente a consentire un effetto apprezzabile, per cui sono le autorità governative e quelle sovranazionali a dover prendere le opportune decisioni.

Si immaginano piattaforme di crowfunding per acquisire risorse per determinati progetti utili a salvare vite umane, come la realizzazione di reparti di terapia intensiva. La priorità è per il lavoro a casa, con il c.d. smart working, ma molte imprese, come quelle metalmeccaniche, possono funzionare solo se gran parte dei dipendenti sono presenti in fabbrica.

 

3. In una situazione del genere i mercati ne risentono e non manca chi tenta operazioni speculative. In tal caso, il blocco delle vendite allo scoperto è un provvedimento efficace, solo se viene adottato in modo ampio (ad esempio, almeno da tutte le borse europee). Del resto, se le imprese in un determinato paese si fermano, vengono subito rimpiazzate nella filiera da imprese estere. Di conseguenza, a fronte di chi si impoverisce, vi sono potenziali accumuli di risorse finanziarie, che consentono una “scalata” di posizioni nel sistema concorrenziale. Sono le imprese che hanno adottato sistemi robotizzati e che si affidano a pieno regime all’informatica.

 Si potrebbe immaginare uno scenario diverso. Se tutto si fermasse nel mondo, a vantaggio tra l’altro dell’ambiente, tutti apparentemente rimarrebbero (con meno produzione e consumi) nella stessa situazione di prima e nessuno si arricchirebbe a vantaggio di altri. Tuttavia, ci si troverebbe come in un film di fantascienza: tutti fermi lungo le strade senza possibilità di muoversi, con la conseguenza che sarebbero destinati a soccombere quelli cui manca quanto serve per sopravvivere.

Un’altra metafora può rappresentare quanto sta al momento sta accadendo. Se, in uno scenario apocalittico, su alcune autostrade si continuasse a circolare, mentre su alcune statali il traffico fosse fermo, solo in pochi riuscirebbero a correre al primo casello per entrare in autostrada, trovando un grande ingorgo all’ingresso, mentre altri starebbero con i motori fermi, bloccati lungo le altre strade. Fuori della metafora, a chi deve essere consentita la priorità di muoversi?

L’unica soluzione, anche per evitare che il denaro perda valore, è quella non arrestare la produzione di beni e servizi essenziali, che nella metafora sono quelli che devono essere lasciati liberi di muoversi più velocemente possibile. E qui si potrebbe aprire un lungo dibattito su cosa sia essenziale o meno in un momento del genere: ad esempio, se la giustizia sia essenziale o lo sia solo la cura delle persone e i servizi bancari, che consentono le transazioni, sempre limitatamente a ciò che sia indispensabile. E il dibattito sinora si è concentrato su cosa si possa o non si possa fare, non su come farlo. Paradossalmente, pure in ordine alla mera possibilità di svolgere attività fisica da soli all’aperto, se il Presidente del Consiglio non la nega, vi è anche qualche Presidente di Regione che prescrive misure più restrittive, senza poi motivare perché non si possa correre nei boschi di Roccamonfina, visto che nessuno afferma che il virus sia trasmissibile dalle piante o attraverso l’atmosfera che avvolge il pianeta. Già la differente sensibilità nell’approdare a soluzioni dirette alla salute dei cittadini, in base alla valutazione dei rischi dell’epidemia, fornisce un esempio per capire le differenti visioni del problema, addirittura da parte delle Istituzioni dello stesso nostro Paese. Di conseguenza, non vi sono convergenze pure sul funzionamento del sistema economico nel corso dell’epidemia mondiale.

 

4. Le regole da adottare in caso di pandemia dovrebbero essere uguali per tutte le zone, non facendo differenze tra le regioni colpite dall’epidemia. Infatti, regole uguali per tutti, almeno in macroaree come quella europea, limiterebbero il rischio di speculazioni, facendo altresì saltare alcuni sistemi industriali a vantaggio di altri, anche se non vi è dubbio che deve essere conservata la piena produzione, là dove fosse possibile. 

In secondo luogo, il ruolo delle banche è essenziale. Il problema è “come trasformare le locuste in api” (Felix Martin). Le nuove tecnologie hanno modificato il modo di fare finanza, attraverso la disintermediazione e la digitalizzazione dei servizi bancari nell’era di Fintech. Dalla circolazione e gestione della ricchezza, con la c.d. blockchain, all’esecuzione automatizzata dei contratti (smart contract), dalla raccolta del risparmio mediante emissione di valori digitali (ICO) alle piattaforme di peer to peer lending, il sistema finanziario si dimostra paradossalmente più pronto delle strutture ospedaliere ad affrontare gli effetti dell’epidemia.

Molti avvicinano la situazione attuale ad una guerra. Ma cosa accadrà alla fine? Rispetto ad un periodo postbellico, nella post-pandemia non ci saranno nazioni trionfanti sulle altre e, dunque, alcune soltanto perdenti. Il meraviglioso paese duale di Chimerica (Cina più America), che copre più di un decimo delle terre emerse, con un quarto della popolazione mondiale e un terzo della produzione globale (Nial Ferguson), non ci sarà più. Il problema, di tutti, è ora quello di capire quando e come si ripartirà. Il tempo trascorso prima di poter ricominciare non sarà breve.

Un’altra metafora può indurci a riflettere su quanto accadrà. Quando si è fermi in autostrada, c’è chi sbraita e chi sente la musica. Poi al momento in cui si riparte, vanno via tutti all’impazzata, quasi per recuperare il tempo trascorso inutilmente fermi. Nel caso della post-pandemia, non si sa quanti saranno nelle condizioni di ripartire, in che tempi e a che velocità.

Nell’economia post-pandemica si avrà un “effetto passaggio a livello”. Quando riapriranno i ‘cancelli’, sia – economicamente che socialmente – ci saranno ingorghi e caos, e sarà difficile regolamentare la ripresa. Saranno favorite le imprese che avranno saputo nel frattempo adottare misure alternative di “sopravvivenza”, quali informatica e robotica. L’informatica, in particolare, in una situazione del genere, sta già assumendo la stessa valenza dell’industria bellica nel corso delle grandi guerre. D’altronde, l’epidemia sta spingendo verso un modello ancor più telematico della gestione della giustizia, visto che l’emergere della diffusione del contagio si è avuta in Italia proprio nei palazzi di giustizia, evidenziandosi da subito l’inutilità della presenza fisica in aula, potendo utilizzare qualsiasi sistema atto a realizzare videoconferenze.

Altre imprese, al momento della ripresa economica, ricominceranno lentamente, come accadrà nel settore turistico, fin quando i rischi di contagio non saranno diminuiti in modo evidente o quanto meno la comune opinione indurrà a viaggiare di nuovo, fisicamente e non solo virtualmente.

Indiscutibilmente, la riconversione economica nel frattempo realizzata per sopravvivere con meno relazioni fisiche umane (dagli sportelli bancari, già ampiamente automatizzati in passato, ai settori educativi) consentirà un rilevante sviluppo, soprattutto qualitativo più che quantitativo, un modo diverso di concepire il lavoro e probabilmente anche l’esistenza, dando maggior valore al tempo libero (che una volta assaporato sarebbe duro abbandonarlo del tutto). È triste che solo oggi si comprendano i vantaggi dello smartworking, che non è solo il telelavoro, ma molto di più, da programmare e regolamentare al passo con la trasformazione tecnologica, tenendo conto anche dei rischi del cybercrime. Più in generale, shock dirompenti come quello attuato con l’epidemia, che si sta estendendo in modo velocissimo, determinano occasioni enormi per realizzare passi da gigante, nel settore medicale – non solo in campo farmaceutico ma anche per impianti e macchinari - e in quello digitale nonché nella robotica e nell’automazione. Non solo.

Le imprese fino ad ora hanno avuto clienti e fornitori internazionali, senza conoscere esattamente la filiera produttiva dei componenti, senza consapevolezza del livello di interdipendenza e sostituibilità di un fornitore o di un cliente. Avere una filiera tracciata può evitare in futuro sorprese e, in questa prospettiva, la diffusione di registri digitali (blockchain) consentirà la realizzazione di protocolli condivisi.

È con questo ottimismo che occorre continuare ad operare, perché ci si troverà dinanzi ad una ripresa tanto più incredibile quanto più lunghi temporalmente saranno stati gli effetti della pandemia. A seguito della peste nera che funestò l’Europa nel periodo compreso tra il 1347 e il 1350, scaturirono le premesse per la straordinaria fioritura artistica e letteraria e il libero sviluppo del pensiero: il Rinascimento, che portò, nel campo della letteratura, del teatro, della musica, dell’architettura, della pittura, della scultura ma anche della filosofia e della ricerca scientifica, gli italiani, che erano stati i più colpiti dalla peste, alle più alte vette della cultura mondiale.

Smetteremo di sopravvivere e dovremo iniziare ad esistere.

 

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