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Società e concorrenza 21.12.2022

Globalizzazione e “soccerizzazione” dell’economia post mondiale (di calcio): il caso European Super League

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1. Il presidente del Paris Saint-Germain, Nasser Al-Khelaïfi, che ricopre lo stesso incarico in seno all’Executive Affairs Authority, ha i due ‘gioielli’ del mondiale, Lionel Messi e Kylian Mbappé, in campo nei due opposti schieramenti nella finale di calcio del mondiale recentemente conclusosi. Ed ha nazionalità Qatariota. Nella finale era, perciò, presente – economicamente – anche il Qatar, visto che la Qatar Sports Investments, filiale del fondo sovrano Qatar Investment Authority, ha la proprietà della squadra parigina in cui militano le due stelle del calcio mondiale. Nel frattempo, è in corso la causa C-333/21 dinanzi alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, in quanto l’European Super League Company (ESLC) aveva adito lo Juzgado de lo Mercantil de Madrid (Tribunale di commercio di Madrid), ritenendo che il comportamento della Fédération Internationale de Football Association (FIFA) e della Union of European Football Associations (UEFA) – diretto ad impedire l’organizzazione di una competizione europea annuale di calcio chiusa o semichiusa denominata European Super League – fosse anticoncorrenziale e incompatibile con il diritto della concorrenza dell’Unione nonché con le disposizioni del Trattato FUE. Di pochi giorni fa è la notizia che l’avvocato generale Rantos ha rassegnato le proprie conclusioni, ritenendo che le norme della FIFA e della UEFA, che sottopongono a previa autorizzazione qualsiasi nuova competizione, siano compatibili con il diritto della concorrenza dell’Unione.

Non si vuole qui riprendere la storia degli scandali, che hanno coinvolto esponenti del calcio e della politica europea, nonché dei rapporti di forza, sussistente tra i protagonisti del calcio mondiale, ma ragionare sui nuovi scenari economici mondiali ai quali assisteremo: da un lato, i principali club blasonati, recentemente in crisi, ma appetibili da nuovi investitori  per gli introiti di diritti TV e attività commerciali; dall’altro, le federazioni continentali e nazionali, con vertici di comando quasi a vita, calati nel contesto socio-politico, tentando di imporre decisioni che si riflettono sui flussi finanziari mondiali.

È il rapporto tra gli attori collettivi del calcio – club, da un lato, e federazioni, dall’altro – che prenderà la scena, rispetto al mercato della circolazione degli attori individuali, giocatori e allenatori.

Dietro questo rapporto, infatti, vi sono gli assetti proprietari dei principali club. Una volta i club erano localizzati nella città di appartenenza, con insediamenti industriali che influiscono sulla loro vita: la Bayer Leverkusen, nota impresa chimica e farmaceutica, è proprietaria della omonima squadra, il VFL Wolsburg, appartiene alla Volkswagen, Grazprov che possiede lo Zenit di San Peitroburgo, per fare qualche esempio all’estero, mentre in Italia è noto il collegamento della Juventus alla “famiglia Agnelli” e quindi al Gruppo Fiat a Torino. Da tempo, si assiste, invece, alla delocalizzazione, effetto del più generale fenomeno di globalizzazione, per cui, tra quotazione delle azioni in mercati regolamentati – con gli ovvi controlli esterni (che pare creino più problemi di quelli previsti) – e investitori esteri, vi è il fenomeno definibile come “soccerizzazione” economica: non è più l’economia che muove il calcio, con maggior potere dei paesi ricchi e dei relativi club, ma è il calcio che muove l’economia. Vediamo degli esempi.

Gli americani, un tempo più attenti al business di altri sport, acquistano club, principalmente inglesi (Liverpool e Manchester United), poi francesi (Bordeaux, Olympique Lyonnais e Olympique Marseille), ma anche italiani (Genoa, Fiorentina, Milan, Roma e Spezia). Anche la Cina si è affacciata al mercato del soccer (come con l’Inter), dopo il fallimento del tentativo di realizzare la Chinese Super League: i controlli finanziari e fiscali in quel paese non sono gli stessi a briglie larghe come in altre nazioni, con il conseguente interesse dei cinesi ad investire altrove nel calcio.

 

2. Il recente mondiale nel Qatar rinsalda questi aspetti e produce un’ulteriore evoluzione. Si riparlerà di European Super League, competizione sportiva riservata solo ad alcune delle squadre di calcio più blasonate in Europa.

Oggetto di discussioni sin dagli anni ’90, il progetto è stato più volte respinto dalla FIFA e dalla UEFA, fino al 18 aprile 2021, quando il New York Times diede la notizia che dodici club europei, sei inglesi, tre spagnoli e tre italiani, realizzavano una competizione privata, come alternativa e in concorrenza con quelle preesistenti. Tra le innovazioni, che i 12 club fondatori stavano studiando, vi erano le partite in tre tempi, così da aumentare gli spot pubblicitari. PSG, Bayern Monaco e Borussia Dortmund affermarono di rifiutarsi di partecipare. Il 19 aprile 2021, la banca americana JP Morgan annunciò che avrebbe finanziato il progetto, ma restavano interrogativi dietro l’identità dei reali potenziali finanziatori. L’annuncio provocò una protesta in tutta Europa, dalle autorità calcistiche, ai governi, compresi i tifosi, ma soprattutto l’opposizione di FIFA e UEFA, disconoscendo la nuova “creatura” ed avvisando che qualsiasi giocatore o club partecipante alla nuova competizione sarebbe stato espulso da quelle organizzate dalla FIFA e dalle sue confederazioni. Il 20 aprile 2021, solo due giorni dopo l’annuncio della sua creazione, iniziarono le prime dichiarazioni di recesso da parte dei club aderenti, il progetto venne sospeso. Il 26 aprile 2021, la  FIGC (Federazione Italiana Giuoco Calcio) comunicò la modifica del proprio regolamento interno: d’ora in poi i club, che avessero aderito a “competizioni non riconosciute dalla federazione, dalla UEFA o dalla FIFA”, sarebbero stati immediatamente esclusi dal campionato.

L’idea di una Super Lega, però, non è stata completamente abbandonata, considerati gli interessi economici coinvolti. Basti pensare al progetto di SoftBank del 2018, il potente fondo di investimento nipponico, che intendeva istituire un campionato mondiale dei club con 24 squadre. Questa idea si ripresenta dopo il mondiale del 2022 e questa possibilità merita alcune considerazioni.

 

3. Oramai, dietro le nazionali, si nasconde principalmente il tifo per il proprio idolo, senza più considerare la cittadinanza, ma il club di appartenenza. I festeggiamenti spontanei nati a Napoli, a seguito della vittoria dell’Argentina, solo perché l’idolo di quella nazionale poteva rappresentare il successore di Maradona, o almeno il suo designato, fa riflettere non poco sull’orientamento delle tifoserie e dunque sulle possibili tendenze del mercato. La denazionalizzazione dell’interesse calcistico è l’effetto della circolazione internazionale del talento, accentuato dalla libera circolazione in Europa di calciatori con passaporto comunitario, dopo il noto caso Bosman (Corte di Giustizia delle Comunità Europee, C-415/93). Pertanto, la maggior parte dei giocatori selezionati ai mondiali militano in club stranieri e del resto i convocati nelle nazionali africane sono cresciuti in metropoli europee. Ciò non toglie ovviamente che la vittoria della nazionale come quella argentina possa rappresentare un momento di coesione del paese, accogliendo tutti in festa senza differenze di classe.

Tuttavia, è diventato incontestabile che gli investimenti sono attirati da club produttivi (anche solo tendenzialmente o potenzialmente) di utili, che non possono certo rischiare la retrocessione o l’infortunio dei propri giocatori per affrontare un club sportivamente (e finanziariamente) inferiore, il cui confronto in campo non genera particolare interesse. Sono i club che dettano le regole e i loro giocatori, se impegnati e infortunati in competizioni delle nazionali, producono indennizzi a favore del club di appartenenza.

All’investimento nel calcio a favore di club può ricondursi, tra l’altro, anche un discorso etico. In questa ottica, da un lato, il mondiale del Qatar ha elevato il livello di attenzione verso questioni di rilevanza enorme – come il rispetto dei diritti umani, la salvaguardia dei lavoratori, il problema della immigrazione – rimaste sostanzialmente irrisolte; dall’altro, i singoli club possono diventare portatori, attraverso i loro sponsor, di messaggi diretti alla sensibilizzazione delle masse in modo assai interessante sotto il profilo sociale. Oggi, uno sponsor riconducibile – anche per la sola appartenenza ad uno Stato dove non vige la democrazia – ad una violazione dei diritti umani non offre lo stesso appeal di uno ricollegabile a campagne umanitarie. È sufficiente ricordare il caso del Barcellona che promosse la pubblicità dell’UNICEF. Mentre l’immagine della FIFA per molti è oggi considerata offuscata da scandali e i consumatori sembra guardino con sospetto i marchi di impresa che vi sono associati. Del resto, la sponsorizzazione del Club sembra creare un affiatamento più diretto con i tifosi, generando un’immedesimazione con il prodotto, che, dunque, non può mai contenere, anche indirettamente o per associazione di idee, un messaggio negativo.

In questa prospettiva, la sempre maggiore centralità che avranno i principali club rispetto all’organizzazione degli eventi sportivi sposterà ancor di più gli interessi finanziari verso il calcio, o meglio, verso quei club che riusciranno ad attrarre maggiormente gli interessi televisivi e commerciali, il cui potere economico sarà affiancato da quello politico dei presidenti dei sodalizi sportivi, come avvenuto già in passato. Non mancheranno, dunque, maggiori influenze in sede governativa per ottenere benefici a favore dei club, purché gli stessi non si trasformino in illegittimi aiuti di Stato.

 

4. Dal punto di vista dell’interesse giuridico, l’attenzione, perciò, si ricolloca fortemente nel diritto della concorrenza, dovendo stabilire la linea di confine e le intersecazioni con quello sportivo. L’evoluzione storica della relazione dei due diversi ambiti normativi può dirsi iniziata con il provvedimento della Corte di Giustizia delle Comunità Europee del 12 dicembre 1974 (Walrave, Koch c. Association Union Cicliste Internazionale, C-36/72), con cui la Corte si pronunciò sulla compatibilità di una norma dell’UCI, secondo cui corridore e allenatore, partecipanti alle gare del campionato mondiale di corse, dietro battistrada, dovessero avere la stessa nazionalità. In quell’occasione, la Corte affermò che il diritto comunitario fosse applicabile soltanto alle questioni economicamente rilevanti. Il principio fu poi ribaltato dalla stessa Corte, con il provvedimento del 18 luglio 2006 (Meca-Medina), con cui affermò di poter sindacare tutte le norme dell’ordinamento sportivo, senza dover necessariamente operare una simile distinzione. Il caso riguardò due nuotatori professionisti, i quali, squalificati per aver fatto uso di nandrolone, affermarono che le norme antidoping del Comité International Olympique (CIO) violassero il diritto comunitario.

Lo sport e le sue regole sono caratterizzati, invero, da specificità derivanti dalla essenziale presenza della competizione. Si pensi, ad esempio, alla separazione delle gare (classifiche e campionati) in base al sesso, che costituisce una chiara deroga al principio di parità tra uomo e donna; oppure, alle competizioni tra squadre nazionali, che raffigurano un’eccezione al divieto di discriminare i lavoratori in base alla nazionalità.

L’aspetto indubbiamente più attraente del confronto tra regole sportive e concorrenza è costituito dall’incertezza dei risultati, che, in quanto tale, potrebbe comportare restrizioni al principio della libertà di iniziativa economica. Tuttavia, l’esigenza di mantenere incerta una competizione costituisce un aspetto esclusivo dello sport: tanto più l’esito della competizione è dubbio, tanto più l’interesse dei telespettatori cresce e con esso il giro di affari delle scommesse. Sotto questo profilo, saranno le regole e gli obiettivi del fair play finanziario dei club ad essere al centro del dibattito sul collegamento tra sport e concorrenza e tra i relativi ordinamenti.

In attesa della decisione della Corte di Giustizia dell’Unione Europea sul caso dell’European Super League, che riguarda l’applicazione delle disposizioni relative al diritto della concorrenza, di cui artt. 101 e 102 del Trattato FUE, nonché le libertà fondamentali, di cui agli artt. 45, 49, 59 e 63 del Trattato FUE, resta il fatto che talune disposizioni della FIFA e della UEFA, e gli stessi moniti da parte delle federazioni nazionali, appaiono del tutto anacronistici rispetto al generale fenomeno della “soccerizzazione” dell’economia mondiale (avendo presente l’indotto che realizza anche nel settore industriale e nella realizzazione degli stadi) e del suo possibile sviluppo nel Metaverso, tenendo presente lo sviluppo che già hanno i Non Fungible Token (NFT) nel mondo del calcio. Ben si comprendono le ragioni che imporrebbero una diversità di soluzioni per le peculiarità dell’attività economica in ambito sportivo, determinate proprio dalla necessaria coesistenza di più attori al fine di rendere attraente al pubblico ogni competizione, ma questo non deve imporre un’eccessiva differenziazione di regole in tema di libera concorrenza. Altro è verificare se queste regole siano poi rispettate o all’opposto violate da nuove “entità” che si affacciano nel mercato delle organizzazioni sportive.

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