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Lavoro 17.01.2023

In difesa del processo del lavoro: perché la trattazione scritta è incompatibile con il rito lavoro

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1 .   La disciplina a regime del deposito di note scritte in sostituzione dell’udienza: l’art. 127-ter c.p.c.

L'art. 3, comma 10, lett. a), del d.lgs. 10 ottobre 2022, n. 149, ha aggiunto all'art. 127 c.p.c. (il quale nei suoi primi due commi prescrive, sul presupposto secondo cui l'udienza è evento che implica la contemporanea presenza, nel medesimo luogo, di giudice e difensori – oltre che, eventualmente, di parti e ausiliari del giudice –, che l'udienza è diretta dal giudice o dal presidente del collegio, i quali: possono fare o prescrivere quanto occorre affinché la trattazione delle cause avvenga in modo ordinato e proficuo, regolano la discussione, determinano i punti sui quali essa si deve svolgere e la dichiarano chiusa quando la ritengono sufficiente) un terzo comma che prevede, quali ulteriori forme di trattazione della causa (condizionate tuttavia alla ricorrenza di determinati presupposti, a differenza dell'udienza in presenza, la quale resta, dunque, la forma, per così dire, “normale” e generale: v. anche l'art. 180, secondo cui «la trattazione della causa è orale») quella dello svolgimento mediante collegamenti audiovisivi a distanza e quella della sostituzione dell'udienza con il deposito di note scritte.

Questi istituti sono oggetto di specifica disciplina da parte, rispettivamente, degli artt. 127-bis e 127-ter, pure introdotti dall'art. 3, comma 10 (questa volta, lett. b), del d.lgs. n. 149/2022.

Orbene, se lo svolgimento dell'udienza mediante collegamenti audiovisivi a distanza non comporta alcuna deroga a quanto previsto in generale dagli artt. 127, commi 1 e 2, e dall'art. 180 c.p.c., potendo tutti i soggetti coinvolti nel procedimento compiere, anche se collegati a distanza, lo stesso tipo di attività che possono realizzare in presenza (salva restando ogni considerazione circa l'eventuale diversa efficacia di quelle attività se compiute da remoto), non altrettanto è a dirsi a proposito della sostituzione dell'udienza con il deposito di note scritte.

La disciplina generale di questo istituto (recata, come detto, dall'art. 127-ter) prevede che quando l'udienza, seppure precedentemente fissata, non richiede la presenza di soggetti diversi dai difensori, dalle parti, dal pubblico ministero e dagli ausiliari del giudice, la stessa è sostituita dal deposito di note scritte, contenenti le sole istanze e conclusioni, in due casi: a) all'esito di una decisione in tal senso assunta dal giudice, eventualmente sollecitato al riguardo dall'istanza di qualcuna delle parti costituite (comma 1, primo periodo); b) se ne fanno richiesta tutte le parti costituite (e, in tale ipotesi, la norma non sembra consentire al giudice di disattendere l'istanza proveniente dalle parti: comma 1, secondo periodo).

Nel caso sopra riportato sub a), ciascuna parte può opporsi alla sostituzione dell'udienza con il deposito delle note (comma 2, secondo periodo). Se si oppongono tutte le parti costituite, il giudice «dispone in conformità» (vale a dire che è tenuto a celebrare l'udienza in presenza delle parti e in forma orale); se invece si oppone solamente qualcuna delle parti costituite, la norma si limita a stabilire che il giudice debba provvedere nei cinque giorni successivi, sembrando così lasciare spazio ad un apprezzamento discrezionale del giudice.

La trattazione scritta consiste nel deposito di note (contenenti, come anticipato, «le sole istanze e conclusioni») entro un termine perentorio (non inferiore a 15 giorni) assegnato dal giudice e nell'emanazione, da parte dello stesso, del successivo provvedimento entro 30 giorni dalla scadenza del termine previsto per il deposito delle note scritte (comma 3).

Seguono poi disposizioni che, da un lato, disciplinano l'ipotesi del mancato deposito delle note e, dall'altro, precisano che «il giorno di scadenza del termine assegnato per il deposito delle note […] è considerato data di udienza a tutti gli effetti».

Infine, a norma dell'art. 35, comma 2, del d.lgs. n. 149/2022 (non toccato, in questa parte, dalla modifica introdotta dall'art. 1, comma 380, della l. 29 dicembre 2022, n. 197), l'art. 127-ter si applica a decorrere dal 1° gennaio 2023 anche ai procedimenti già pendenti a quella data.

2 .   Le ragioni dell’inapplicabilità della trattazione scritta ex art. 127-ter alle controversie regolate dal rito lavoro

Così riassunta la disciplina dell'istituto, non è arduo individuarne gli aspetti che si pongono in diretto conflitto con alcune fondamentali regole del c.d. rito lavoro.

Com'è stato già autorevolmente segnalato [1], le cadenze temporali previste dalla nuova norma sono incompatibili con quelle che nel rito del lavoro disciplinano la costituzione del convenuto, con la conseguenza che non potrebbe mai essere disposta la sostituzione dell'udienza di discussione con il deposito di note scritte già nel decreto di fissazione di cui all'art. 415, comma 2, c.p.c., poiché altrimenti il convenuto (evidentemente non ancora costituito nel momento dell'emanazione del predetto decreto) non potrebbe – contrariamente all'attore, già costituito con il deposito del proprio ricorso – né chiedere la, né opporsi alla sostituzione stessa, con evidente sbilanciamento dei poteri processuali delle parti. D'altro canto, immaginare che la sostituzione dell'udienza ex art. 420 c.p.c. possa essere stabilita dal giudice successivamente alla scadenza del termine previsto dall'art. 416 c.p.c. per la costituzione del convenuto, significherebbe inevitabilmente ammettere che il giudice possa disporre lo spostamento in avanti della data dell'udienza originariamente prevista (considerato che il termine per il deposito delle note scritte non può essere inferiore a 15 giorni) e, quindi, permettere uno stravolgimento della scansione della trattazione delle controversie di lavoro così come configurata dal legislatore del 1973, trattazione che finirebbe per assumere sembianze analoghe a quelle proprie del rito civile ordinario.

Né sembra condivisibile la soluzione prospettata da chi [2] suggerisce di utilizzare la previsione dell'ultimo periodo del comma 2 dell'art. 127-ter, secondo il quale «Se ricorrono particolari ragioni di urgenza, delle quali il giudice dà atto nel provvedimento, i termini di cui al primo e secondo periodo possono essere abbreviati» e, quindi, ammette che il giudice possa abbreviare i termini per il deposito delle note, facendoli coincidere con quello stabilito dall'art. 416 per la costituzione del convenuto e assegnando un termine per la proposizione dell'opposizione alla sostituzione dell'udienza con le note scritte anch'esso più breve di quello ordinariamente previsto dall'art. 127-ter: in questa maniera, infatti, allo stravolgimento della struttura del processo del lavoro si aggiunge quello della disciplina dell'art. 127-ter, la quale consente l'abbreviazione dei termini solamente nel caso in cui ricorrano “particolari” ragioni di urgenza.

Identiche considerazioni valgono per il procedimento di appello, la cui fase introduttiva è modellata in maniera analoga a quella del giudizio di primo grado, il termine per la costituzione dell'appellato scadendo dieci giorni prima dell'udienza di discussione davanti al collegio.

Altrettanto incompatibile la disciplina dell'art. 127-ter appare rispetto a quella che, nel rito lavoristico, regola la fase decisoria, perché ammettere che la discussione orale davanti al giudice e l'ascolto, da parte dello stesso, delle conclusioni delle parti (art. 429, comma 1, primo periodo) possano essere sostituiti dal deposito di note scritte, con conseguente decisione della causa mediante deposito del provvedimento da parte del giudice entro il termine di 30 giorni previsto dall'art. 127-ter, comporterebbe inevitabilmente il venir meno della caratteristica fondamentale del processo del lavoro, costituita dalla mancanza di cesure tra la discussione della causa e la deliberazione della decisione, cristallizzata nel dispositivo (non più modificabile) [3] che deve essere letto, necessariamente e a pena di nullità insanabile, nella stessa udienza in cui le parti hanno discusso la causa [4], contrariamente alla motivazione che può essere depositata successivamente (art. 429, comma 1) [5]. Modello, quello della necessaria continuità temporale tra la discussione delle parti e la deliberazione del giudice, che il legislatore del 1973 ha prefigurato come tipico di qualsiasi decisione (definitiva o non definitiva di merito ovvero istruttoria) che il giudice è chiamato ad assumere nelle controversie regolate dal rito del lavoro (v. i commi quarto e quinto dell'art. 420), tanto da considerarlo come emblematico delle caratteristiche più profonde del nuovo rito [6].

Né argomenti a sostegno della compatibilità della modalità cartolare di svolgimento della fase decisoria possono essere desunti dal nuovo testo dell'art. 430 c.p.c., introdotto anch'esso dal d.lgs. n. 149/2022 (v. art. 3, comma 30). Com'è noto, nella sua precedente versione, l'art. 430 disponeva che la sentenza dovesse essere depositata in cancelleria entro 15 giorni dalla lettura del dispositivo e immediatamente comunicata alle parti; esso, pertanto, costituiva il completamento della disciplina recata dal comma 1 dell'art. 429 precedentemente alla novella disposta dall'art. 53, comma 2, d.l. 25 giugno 2008, n. 112, la quale prevedeva, quale unica modalità di decisione, quella della lettura in udienza del solo dispositivo e nulla disponeva in ordine al termine entro il quale il giudice dovesse depositare la sentenza. Una volta modificato l'art. 429 dal citato d.l. n. 112/2008 nel senso della previsione, da un lato, della lettura in udienza di dispositivo e motivazione quale modalità ordinaria deliberazione, dall'altro, del termine massimo che il giudice può fissare per il deposito della sentenza ove opti per la lettura del solo dispositivo, era evidente che non si giustificasse più il termine di 15 giorni per il deposito della sentenza che l'art. 430 (non inciso dal legislatore del 2008) continuava a prevedere.

In sostanza, il nuovo art. 430 introdotto dal legislatore del 2022 in considerazione della nuova disciplina contenuta fin dal 2008 nell'art. 429, non contempla più il termine per il deposito della sentenza (appunto perché ormai previsto nel comma 1 dell'art. 429) e si limita a stabilire le modalità e i tempi della comunicazione alle parti del deposito della sentenza. Quindi la norma non incrina affatto il fondamentale principio della necessaria continuità temporale tra discussione orale e deliberazione della decisione e tuttora presuppone la pronuncia del dispositivo all'esito della discussione orale, onde non può certo essere utilizzata per convalidare la tesi secondo cui ormai nelle controversie regolate dal rito del lavoro la fase decisoria può anche essere articolata in maniera tale che il giudice non decida immediatamente dopo che le parti abbiano discusso la causa e precisato le loro conclusioni [7].

Tutto ciò pur senza voler considerare che l'art. 127-ter comunque è seguito immediatamente dopo dall'art. 128, il quale, non toccato dalla riforma del 2022, continua a disporre perentoriamente che «l'udienza in cui si discute la causa è pubblica»: il fatto che il d.lgs. n. 149/2022 non abbia inserito in esso alcuna salvaguardia di quanto disposto dall'immediatamente precedente art. 127-ter induce fondatamente a ritenere che quanto previsto da questa nuova disposizione non si applica all'udienza disciplinata dall'art. 128 [8].

Ma, al di là delle considerazioni che si possono svolgere sulla incompatibilità della disciplina contenuta nell'art. 127-ter con singole norme contenute negli artt. 414-441, credo che già da quanto detto sinora emerga come, più in generale, la sostituzione dell'udienza con la trattazione scritta confligga con quello che è il vero e irriducibile carattere essenziale del rito lavoristico, il principio che informa la disciplina di tale modello processuale in ogni sua parte e che non può essere intaccato in alcuna maniera, pena la perdita dell'identità di quel modello, così come l'abbiamo conosciuto e applicato ormai per quasi mezzo secolo. Vale a dire il principio di concentrazione processuale.

La disciplina del Capo I, del Titolo IV del Libro II del codice di rito è strutturata sul presupposto che in qualsiasi udienza il giudice possa, nei limiti imposti dai principi della domanda, del contraddittorio e da quello dispositivo, compiere tutte le attività processuali necessarie per pervenire, in quella stessa udienza, alla decisione della causa ed è esattamente questo presupposto che l'art. 127-ter nega in radice, poiché è evidente che il meccanismo prefigurato da tale norma ammette, implicitamente ma ineluttabilmente, che qualsiasi questione che possa sorgere sullo svolgimento del procedimento debba essere risolta, non nell'immediatezza di quel confronto diretto tra le parti e tra queste e il giudice che è possibile solamente nell'udienza trattata oralmente, affinché poi (magari in quella stessa udienza) possa procedersi al compimento delle ulteriori attività eventualmente necessarie per la definizione della controversia, ma invece in una sequela di atti scritti (le note depositate dalle parti e il conseguente provvedimento adottato dal giudice) destinata a frazionare la trattazione del procedimento in una serie di momenti distinti nel tempo.

3 .   L’esperienza dell’udienza cartolare nella legislazione processuale emergenziale

Occorre peraltro ricordare che la sostituzione delle udienze con il deposito di note scritte ha costituito oggetto di un'esperienza largamente praticata, anche nelle controversie regolate dal rito lavoristico, in tutto il periodo dell'emergenza epidemiologica da Covid-19 e fino al 31 dicembre 2022 (vale a dire fino all'entrata in vigore dell'art. 127-ter c.p.c.).

Bisogna quindi chiedersi se e in quale misura tale incontestabile dato di fatto possa indurre a dubitare della correttezza delle due conclusioni formulate nel paragrafo precedente e cioè che: a) la disciplina dettata dall'art. 127-ter è incompatibile con specifiche disposizioni in cui si articola il processo del lavoro (e, segnatamente, quelle costituite dagli artt. 420 e 429, comma 1, c.p.c.); b) la sostituzione dell'udienza con il deposito di note scritte nega in radice il principio di concentrazione processuale che informa tutto il rito lavoro.

Per rispondere a questi interrogativi occorre evidentemente muovere dal confronto della disciplina della trattazione scritta dell'udienza in vigore fino al 31 dicembre 2022 (vale a dire, la normativa sulla cui base si è formata la prassi dell'applicazione dell'istituto anche alle controversie di lavoro e previdenza) e quella contenuta nell'art. 127-ter e, al riguardo, non si può mancare di osservare come le differenze riscontrabili tra le due discipline legislative siano particolarmente significative ai fini dell'analisi che qui si sta svolgendo.

In effetti, sotto il primo dei due profili prima indicati, si deve evidenziare che:

1) sia la disciplina dell'istituto che ha avuto vigore dal 17 marzo al 18 luglio 2020 (costituita dall'art. 83, comma 7, lett. h), d.l. 17 marzo 2020, n. 18), sia quella vigente dal 19 luglio 2020 al 31 dicembre 2022 (art. 221, comma 4, d.l. 19 maggio 2020, n. 34), limitavano la trattazione scritta alle sole udienze che non richiedevano la presenza di soggetti diversi dai difensori, con conseguente implicita, ma sicura, esclusione delle udienze nelle quali dovevano essere svolte le attività descritte nei primi tre commi dell'art. 420;

2) nessuna delle due discipline appena ricordate contemplava termini, per il deposito delle note scritte ovvero per chiedere la – od opporsi alla – trattazione scritta incompatibili con le scansioni temporali del primo e del secondo grado di giudizio definite, rispettivamente, dagli artt. 415-416 e 435-436 c.p.c.; infatti, l'art. 83 del d.l. n. 18/2020 non prevedeva alcunché al riguardo, lasciando tutto nella discrezionalità regolatrice dei capi degli uffici giudiziari che ben potevano adottare al riguardo misure idonee a rendere compatibile la trattazione scritta alle ricordate scansioni temporali del rito lavoristico; mentre, dal canto suo, l'art. 221 del d.l. n. 34/2020 prevedeva termini (per la disposizione della trattazione scritta, la proposizione di opposizione alla stessa e il deposito delle note scritte) che non imponevano affatto il differimento dell'udienza fissata ai sensi dell'art. 415 o dell'art. 435 affinché potessero essere rispettati.

            Quanto, invece, al principio di concentrazione processuale, è indubbio che anche la normativa antecedente al 2023 si poneva in netto conflitto con esso. Tuttavia, bisogna anche tener conto della ratio di quella normativa, chiaramente esplicitata nei richiamati testi normativi e del generale quadro ordinamentale nel quale essa si inseriva.

Così, l'art. 83, d.l. n. 18/2020 inquadrava espressamente la trattazione scritta tra le misure dirette ad assicurare – nel periodo di massima acutezza dell'emergenza sanitaria – il contenimento degli effetti di quell'emergenza paralizzanti lo svolgimento dell'attività giurisdizionale (addirittura quasi integralmente sospesa fino all'11 maggio 2020, vale la pena ricordarlo). Analogamente, l'art. 221, d.l. n. 34/2020 giustificava la trattazione scritta sulla base delle «esigenze sanitarie derivanti dalla diffusione del COVID-19» (v. il comma 2).

            Si trattava, quindi, di una normativa processuale dichiaratamente diretta a garantire, nei limiti del possibile, l'esercizio della tutela giudiziale dei diritti e del diritto di difesa (art. 24 Cost.), nel rispetto della salute quale fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività (art. 32 Cost.). In un simile contesto, caratterizzato dalla necessità di assicurare, contemperandoli, il rispetto dei richiamati valori costituzionalmente garantiti, era sicuramente accettabile una compressione del principio di concentrazione processuale così come inverato nel rito lavoristico, il quale non ha certo, di per sé, copertura costituzionale. Non deve pertanto sorprendere la facilità con la quale, nella prassi, si ricorreva alla sostituzione delle udienze con il deposito di note scritte.

            Altrimenti detto: il frequente ricorso alle udienze cartolari registratosi fino al 31 dicembre 2022 non è affatto indice di una pretesa compatibilità in astratto della trattazione scritta con il processo del lavoro, bensì è la conseguenza della consapevolezza della necessità di accettare il sacrificio della piena attuazione dei principi informatori del rito lavoristico al fine di salvaguardare la possibilità dell'attuazione dei diritti delle parti dei rapporti di lavoro e di quelli previdenziali anche nelle difficili condizioni imposte da una gravissima emergenza sanitaria. Ma, una volta cessata quella emergenza, non c'è davvero motivo per disattendere precise norme processuali (artt. 420 e 429 almeno) e mortificare un principio di civiltà giuridica qual è quello della concentrazione processuale.

4 .   Considerazioni generali conclusive

E tuttavia occorre fare i conti anche (e questo è, a mio avviso, il punto essenziale di tutta la vicenda) con una certa evidente disponibilità dei giudici addetti al contenzioso lavoristico (o, almeno, di una loro parte) a ricorrere alla sostituzione delle udienze con il deposito di note scritte e, per di più, ciò anche al di là dei limiti che il legislatore comunque ha sempre chiaramente imposto (sia nella normativa processuale emergenziale, sia in quella a regime introdotta dal d.lgs. n. 149/2022) per l'adozione di questa forma di trattazione del processo.

Tale tendenza della magistratura del lavoro si manifesta in due diverse, ma complementari, forme.

La prima è quella della svalutazione della precisazione, contenuta in tutti i testi normativi che si sono succeduti in materia, secondo la quale le note scritte sostitutive dell'udienza contengono «le sole istanze e conclusioni» delle parti. Una simile indicazione dovrebbe indurre a concludere, pena la compromissione delle prerogative defensionali delle parti, che le udienze suscettibili di sostituzione con il deposito delle note scritte siano esclusivamente quelle destinate al compimento di attività rispetto alle quali scritti contenenti solamente istanze e conclusioni costituiscano l'esatto equivalente.

Si tratta, ad esempio, dell'udienza di precisazione delle conclusioni che, nelle cause soggette al rito civile ordinario, i giudici continuano a fissare nonostante che la norma che la contemplava (art. 110 disp. att. c.p.c.) sia stata abrogata ormai da quasi trent'anni anni (e, precisamente, dall'art. 89 l. 26 novembre 1990, n. 353, con decorrenza 30 aprile 1995). Ovvero dell'udienza che usualmente viene fissata dopo la scadenza dei termini concessi ai sensi dell'art. 183 c.p.c., per poi riservarsi la decisione sulle istanze istruttorie formulate dalle parti (anche qui nonostante che una simile udienza non sia contemplata da alcuna norma). O, ancora, dell'udienza fissata ai sensi dell'art. 5, comma 2, terzo periodo, d.lgs. 4 marzo 2010, n. 28, al fine di verificare l'avvenuto esperimento del procedimento di mediazione (ovviamente, a condizione che, nell'udienza in cui il giudice abbia rilevato che la domanda sia stata introdotta senza il previo esperimento di quel procedimento, abbia già eseguito le verifiche previste dall'art. 183, comma 1, c.p.c.).

In questi casi si tratta davvero di udienze nelle quali, nella prassi, le parti non fanno altro che riportarsi a quanto già dedotto e richiesto in precedenti scritti difensivi e le note scritte sostitutive dell'udienza rappresentano un perfetto equipollente della trattazione orale in udienza.

Udienze del genere non dovrebbero verificarsi in alcuna controversia soggetta al rito del lavoro, essendo evidentemente estranee al modello processuale regolato dagli artt. 420 ss. c.p.c. Tuttavia, nei casi in cui, di fatto, in qualcuna di queste udienze, il giudice fissi udienze nelle quali nessuna attività ulteriore rispetto a quella già compiuta nelle precedenti udienze debba essere svolta, potrebbe anche ammettersi che il deposito di note scritte contenenti le sole istanze e conclusioni possa costituire l'esatto equivalente di quanto le parti farebbero in sede di udienza trattata oralmente. Si può fare l'esempio della causa nella quale, nell'udienza fissata ex art. 415, il giudice interroghi le parti e proceda al tentativo di conciliazione all'esito del quale le parti chiedano un rinvio al fine di approfondire ipotesi conciliative emerse nel corso dell'udienza; in un simile caso nella successiva udienza le parti dovrebbero o comunicare l'intervenuto accordo transattivo ovvero insistere nell'accoglimento delle istanze (istruttorie ovvero di decisione della controversia) già formulate negli scritti con i quali si sono costituiti ed eventualmente già discusse nella precedente udienza.

Esclusivamente ipotesi del genere rientrano nella fattispecie astratta della trattazione scritta. Fermo restando comunque, che anche qui la trattazione scritta contrasterebbe con il principio di concentrazione, poiché solamente celebrando l'udienza alla presenza delle parti il giudice potrebbe compiere l'ulteriore attività processuale che dovesse ritenere necessaria (ad esempio, in una causa che non richiedesse attività istruttoria, invitare i difensori a discutere seduta stante e quindi decidere la controversia ovvero, nel caso in cui le parti dichiarino di essersi accordate sulla definizione bonaria della controversia, procedere alla sottoscrizione del verbale di conciliazione).

E invece, l'esperienza sinora verificatasi è costellata di casi in cui l'udienza è stata sostituita dal deposito di note scritte anche quando essa era fissata per il compimento di attività processuali non riducibili alla mera formulazione di istanze e conclusioni, con l'invito, rivolto alle parti dal giudice nel provvedimento con il quale egli dispone la trattazione scritta, di argomentare (ovviamente in maniera “chiara e sintetica”) su ciascuna delle istanze.

Il secondo tipo di manifestazioni della disponibilità sinora manifestata dai giudici del lavoro nei confronti della udienza c.d. cartolare è costituita dalla apparentemente inesauribile ricerca delle soluzioni più fantasiose per adattare la trattazione scritta al rito lavoristico (o viceversa). Così, non mancano casi in cui alle parti è stato chiesto di formulare, nelle note scritte, proposte conciliative; così come si ammette la ritualità dell'esposizione, nelle note scritte, anche di contestazioni delle avverse eccezioni (com'è inevitabile quando il giudice decida di sostituire con le note scritte l'udienza fissata ex art. 415, che è la prima – e potrebbe rivelarsi anche l'ultima – occasione nella quale il ricorrente può difendersi contro eccezioni e deduzioni svolte nella memoria di costituzione del convenuto), con l'ulteriore conseguenza che, a quel punto, non potendo il convenuto conoscere ciò che la controparte ha controdedotto nelle note scritte sostitutive dell'udienza, il giudice è costretto a fissare una nuova udienza per assicurare il pieno rispetto del contraddittorio, innescandosi così una sequenza procedimentale che davvero non ha nulla a che vedere con il rito lavoristico e che, come già segnalato, invece finisce per somigliare sinistramente al modello di fase introduttiva del processo proprio del rito civile ordinario. Fino ad arrivare ai tentativi di conciliare l'inconciliabile, vale a dire la lettura del dispositivo in udienza imposta dall'art. 429, comma 1, con un'udienza sostituita da note scritte; tentativi che, per quanti sforzi si facciano, non evitano l'inevitabile, e cioè che la deliberazione avviene mediante il deposito del provvedimento nei giorni successivi a quello originariamente fissato per la decisione della causa, anche qui secondo modalità pericolosamente simili a quelle del rito ordinario, l'unica differenza – peraltro del tutto trascurabile ai fini del discorso che qui si sta svolgendo – che in questo gli scritti finali delle parti seguono l'ultima udienza, mente in quello lavoristico-cartolare la precedono.

E, a quanto sembra, tale atteggiamento di favore nei confronti della trattazione scritta è sfociata addirittura nella formulazione, da parte dell'Associazione Nazionale Magistrati, di una proposta di modifica della disciplina a regime dell'istituto contenuta nel d.lgs. n. 149/2022 al fine di introdurre in essa sia un'esplicita precisazione della sua applicabilità alle controversie in materia di lavoro e previdenza, sia opportune modifiche ai termini di deposito del provvedimento del giudice che dispone la trattazione scritta e delle note scritte.

È difficile evitare un sentimento di disagio nei confronti di una simile disponibilità della magistratura del lavoro – alla quale va, probabilmente in misura maggiore rispetto a tutti gli altri attori delle controversie di lavoro e previdenza, il merito di aver fatto sì che la l. 11 agosto 1973, n. 533 si sia rivelata, non solo nella sua astratta formulazione testuale, ma anche e soprattutto nella sua applicazione pratica, una delle pochissime riforme processualcivilistiche dello Stato Repubblicano riuscite – nei confronti di una modalità di realizzazione della tutela giudiziale dei diritti che nega in radice l'essenza stessa di quella riforma della quale ci si appresta a celebrare il compimento del primo mezzo secondo di vita [9]. Ed è indubbio che se, nel corrente anno, per interventi del legislatore o per il consolidarsi di applicazioni giurisprudenziali (sicuramente discutibili alla luce del diritto positivo oggi vigente, come si è cercato di dimostrare nelle pagine precedenti) la sostituzione dell'udienza con il deposito di trattazione scritte dovesse prendere definitivamente piede nelle controversie in materia di lavoro, previdenza e assistenza, sarebbe un ben triste compleanno.

Riferimenti bibliografici:

[1] L. DE ANGELIS, Flashes a caldo su alcune recenti modifiche del processo del lavoro, in Trent'anni di diritto del lavoro, Gli Speciali di Lavoro nella giurisprudenza, 2022, 150.

[2] V. RICCHEZZA, L'art. 127-ter c.p.c. ed il processo del lavoro: alla ricerca di soluzioni “salvifiche”, in www.dirittogiustiziaecostituzione.it, 5.

[3] Cass. 3 febbraio 2015, n. 1906.

[4] Giurisprudenza del tutto consolidata. V., per una recente riaffermazione del principio, Cass. 6 dicembre 2021, n. 38521.

[5] Per l'affermazione – operata peraltro con riferimento alla disciplina dell'udienza cartolare introdotta dalla disciplina processuale emergenziale di cui si dirà nel successivo paragrafo e non perfettamente coincidente con l'attualmente vigente art. 127-ter c.p.c. – dell'incompatibilità della sostituzione dell'udienza con la trattazione scritta quando la disciplina processuale preveda la decisione della controversia immediatamente dopo l'esaurimento della discussione orale, si vedano, in dottrina: A. PANZAROLA, M. FARINA, Il diritto processuale civile e la emergenza covid-19 (le garanzie individuali nello stato di eccezione), in www.judicium.it, 11; M. FARINA, Sulla impossibilità di adottare la c.d. trattazione scritta di cui all'art. 83, comma 7, lett. h), D.L. 18/2020 per lo svolgimento delle udienze di discussione orale della causa, in www.diritto.it. Nello stesso senso si è espressa la giurisprudenza di legittimità, seppure in un lungo obiter dictum contenuto in un'ordinanza pronunciata in una controversia per separazione personale dei coniugi (la cui disciplina processuale non contempla la decisione all'esito della discussione orale) dalla Sezione Sesta Civile (v. Cass. 10 novembre 2021, n. 33175, in Riv. dir. proc., 2022, 1129), articolazione della Suprema Corte che, dovendosi limitare a decidere i ricorsi solamente quando essi siano inammissibili ovvero manifestamente fondati o infondati, ha peraltro ricevuto da L. DE ANGELIS, op. cit., 149, la severa critica di avere nell'occasione oltrepassato i limiti delle competenze attribuitele dall'ordinamento. Invece, nel senso della possibilità di sostituire la discussione finale della causa con il deposito di note scritte, S. CILIEGI, L.A. COSATTINI, Il graduale rientro del processo alla normalità dopo l'emergenza, in Lav. giur., 2020, 937.

[6] Si veda, al riguardo, la dichiarazione dell'On. Lospinoso Severini, relatore del disegno di legge alla Camera dei Deputati, che, nel motivare il parere contrario all'emendamento presentato da alcuni deputati diretto a sostituire il modello decisorio poi consacrato nel comma 1 dell'art. 429 con un altro che prevedeva invece che il giudice pronunciasse la sentenza entro il termine di dieci giorni dall'udienza in cui le parti avevano rassegnato le conclusioni, affermò che tale emendamento avrebbe avuto l'effetto di «modificare completamente la struttura che abbiamo inteso dare al nuovo processo del lavoro»: v. il resoconto della Seduta del 22 giugno 1971 delle Commissioni riunite Giustizia-Lavoro della Camera dei Deputati.

[7] Come invece sostenuto da V. RICCHEZZA, op. cit., 6.

[8] Nel senso dell'impossibilità di sostituire con deposito di note scritte le udienze dedicate alla discussione della causa di cui all'art. 128 c.p.c., S. IZZO, Modalità alternative di trattazione della controversia. Emendamento 12.9 A.S. n. 1669, in Lav. Dir. Eur., n. 3/2021, 15, peraltro con riferimento al testo dell'emendamento governativo al disegno di legge delega, poi accolto nell'art. 1, comma 17, lett. m), della legge di delega 26 novembre 2021, n. 206.

[9] Disponibilità spesso giustificata con la considerazione secondo cui la sostituzione dell'udienza con il deposito di note scritte può rendere più efficiente e razionale l'organizzazione del lavoro del giudice addetto alla trattazione del contenzioso di cui qui si tratta. Al riguardo può essere utile ricordare come la trattazione scritta delle cause con conseguente spostamento dell'udienza di trattazione orale ha costituito un istituto generale della disciplina processualcivilistica fino alla riforma dell'art. 180 c.p.c. operata dal d.l. 14 marzo 2005, n. 35; ma, a quanto consta, a nessun giudice del lavoro era mai venuto in mente di applicare quella norma generale (neppure nella sua versione precedente alla novella operata dal d.l. 18 ottobre 1995, n. 432, ancor più apparentemente compatibile con qualsiasi tipo di rito) e di differire l'udienza fissata ex art. 415 o ex art. 435 c.p.c., autorizzando le parti a depositare note scritte, al fine di razionalizzare la propria attività.

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