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Obbligazioni e contratti 07.12.2017

L'orientamento della Cassazione sull'interpretazione della legge e del contratto: profili critici

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CASS. CIV. – sez. lav, - 4 aprile 2017, n. 10831

 

Nell'ipotesi in cui l'interpretazione letterale di una norma di legge sia sufficiente ad individuarne in modo chiaro ed univoco il relativo significato e la connessa portata precettiva, l'interprete non può ricorrere al criterio ermeneutico sussidiario della ricerca della mens legis, specialmente se, attraverso siffatto procedimento, si possa pervenire al risultato di modificare la volontà della norma sì come inequivocabilmente espressa dal legislatore 

Inoltre, il canone ermeneutico di cui all'art. 1362, comma 1 e 2 c.c., nella gerarchia dei criteri interpretativi, è il principale e deve, pertanto, prevalere quando riveli con chiarezza ed univocità la comune volontà delle parti, sicché non sussistano residue ragioni di divergenza tra il tenore letterale del negozio e l'intento effettivo dei contraenti. 


In senso conforme

Cass. civ,, sez. III, 15 luglio 2016, n. 14432
Cass. civ., sez. lav., 21 agosto 2013, n. 19357
Cass. civ., sez. I, 6 aprile 2001, n. 5128


In senso difforme

Cass. civ., sez. II, 28 marzo 2017, n. 7927
Cass. civ., sez. II, 22 novembre 2016, n. 23701
Cons. Stato, sez. IV, 11 febbraio 2016, n. 606

IL CASO - Il capostruttura nonché conduttore di un programma televisivo indica una collaboratrice all'interno del programma dal medesimo condotto. Si dà, però, il caso che la collaboratrice sia la moglie e che entrambi abbiano taciuto all'azienda, concessionaria esclusiva di servizio pubblico, il rapporto coniugale al momento della stipula del contratto di collaborazione. Una volta scoperta l'esistenza di detto rapporto, l'azienda datoriale intima al dipendente il licenziamento disciplinare, addebitandogli il fatto che la condotta reticente sarebbe stata posta in essere per eludere il divieto di contrattualizzazione di familiari previsto delle disposizioni interne aziendali. Confermando le decisioni di merito, che avevano rilevato l'insussistenza del fatto addebitato al dipendente, la Cassazione conclude per l'illegittimità del licenziamento intimato poiché tra le condizioni ostative all'assunzione, l'azienda aveva previsto soltanto l'esistenza di rapporti di parentela e affinità, non anche di coniugio, con persone dipendenti dell'azienda.

LE QUESTIONI GIURIDICHE E LA SOLUZIONE – La questione interpretativa sottesa alla vicenda è se, al fine di definire le condizioni ostative per l'assunzione, si possa includere o meno il rapporto di coniugio, non espressamente menzionato nei moduli, nell'ambito dei rapporti di parentela. Si tratta di un caso che rientra nella classica contrapposizione tra senso letterale delle parole impiegate ed intenzione che, nella decisione che si commenta, viene analizzata mediante un'interessante intersezione tra canoni ermeneutici legali e contrattuali.

L'interpretazione aderente al senso letterale delle parole impiegate avanzata dal dipendente riposa sull'assunto che i moduli distinguevano chiaramente tra rapporti di parentela ed affinità con persone «che lavorano presso la Rai», e rapporti di coniugio, quale condizione ulteriormente ostativa all'assunzione di persone, solo qualora queste avessero tali rapporti con dipendenti in posizione apicale nell'organigramma aziendale; nonché sulla considerazione che tali moduli sono stati predisposti dall'azienda e, dunque, occorre interpretarli in modo da addossare al predisponente «il rischio del non detto».

L'interpretazione estensiva perorata dall'azienda fa, invece, leva sulla necessità di accedere ad un'interpretazione a-tecnica del concetto di parentela che, tenendo conto della mens legis, dovrebbe dare accesso al “comune sentire” mediante un'interpretazione orientata in senso teleologico. D'altro canto, considerando i criteri ermeneutici contrattuali, sarebbe conforme alla “comune intenzione” del contratto di lavoro estendere il significato di parentela fino a ricomprendervi anche il coniuge. Dovendo prevalere sul senso letterale delle parole, la comune intenzione imporrebbe di privilegiare un'interpretazione aderente alla natura ed oggetto del patto, ricostruita in maniera non cavillosa secondo il canone di buona fede interpretativa, canone quest'ultimo che consentirebbe di allargare il contesto rilevante facendovi rientrare anche i regolamenti aziendali e le circolari, ben conosciuti dal dipendente, dai quali si evincerebbe che il divieto comprendeva anche i rapporti di coniugio.

Nel ragionamento della Cassazione, il richiamo all'argomento intenzionalistico viene perciò declinato sia rispetto ai canoni di ermeneutica legale che contrattuale sulla base di un criterio metodologico di tipo gerarchico. Rispetto all'interpretazione della legge, la Corte osserva che la definizione di rapporto di parentela è stata impiegata dal dipendente in un'accezione letterale che non è solo giuridicamente corretta, ma anche accettata in base alle comuni nozioni linguistiche. Dunque, il ricorso al criterio della mens legis, al fine di accogliere un uso a - tecnico conforme al “comune sentire”, deve essere rifiutato poiché aprirebbe le porte ad un totale travisamento del senso della disposizione. Allo stesso modo, il criterio gerarchico nell'applicazione dei canoni di ermeneutica contrattuale, impone di dare prevalenza alla lettera, quando questa è idonea a rivelare con chiarezza la volontà delle parti, ovvero deve escludersi la sussistenza di una divergenza tra il tenore letterale e l'intento comune dei contraenti. 

OSSERVAZIONI - Considerazioni sull'interpretazione della legge. Partendo dall'analisi dei criteri ermeneutici legali di cui all'art. 12 disp. prel. c.c., la decisione consente di svolgere alcune riflessioni sull'impatto che il processo di “diluizione” dei vincoli familiari, alla luce dell'evoluzione sociale e culturale, è in grado di produrre anche sull'interpretazione della legge.

Sotto questo profilo, la lettura della sentenza suscita vari ordini di considerazioni che, seppure non inficiano la correttezza del risultato interpretativo, esprimono alcune perplessità sulla solidità del percorso ermeneutico sotteso alla pronuncia. In particolare, un primo ordine di critiche attiene alla tesi della priorità e sufficienza del criterio letterale rispetto all'interpretazione logica nell'interpretazione della legge. Seppure tale indicazione sia conforme ad un consolidato orientamento ermeneutico, tale criterio appare discutibile in astratto; inoltre, pare anche che sia stato richiamato in maniera superflua nel caso di specie.

Secondo la linea teorica seguita dalla Cassazione, il criterio logico dovrebbe essere applicato unicamente laddove quello letterale di per sé considerato condurrebbe a risultati equivoci, di modo che il canone logico dovrebbe ridurre l'ambiguità contribuendo a determinare il significato; ovvero, laddove il criterio letterale singolarmente considerato condurrebbe ad un esito interpretativo incompatibile con il sistema normativo, di talché il canone logico svolgerebbe un'eccezionale funzione correttiva.

In realtà, la formulazione di cui alla disposizione dell'art. 12 disp. prel. c.c. non autorizza alcuna gerarchia né contrapposizione tra il senso fatto palese dal significato proprio delle parole e l'intenzione del legislatore. Entrambi, infatti, concorrono nell'ascrivere un significato normativo alle parole impiegate dal legislatore impedendo all'interprete di dare agli enunciati un senso difforme da quello «fatto palese dal significato proprio delle parole» e dall'intenzione del legislatore. Perciò, nell'ambito di questa diversa e concorrente prospettiva teorica, non vale sostenere una posizione sussidiaria ed eventuale del criterio logico rispetto al canone letterale. Piuttosto, conformemente ad altra corrente giurisprudenziale, si deve assumere che il canone letterale si limita ad impedire che alle parole sia attribuito un significato assolutamente deviante rispetto a quello loro ordinariamente ascrivibile; mentre il canone logico consente al giudice la possibilità di una minima deviazione dal significato letterale delle parole impiegate in un testo normativo, purché questo risultato sia giustificabile mediante una ricognizione letterale complessiva del testo del sistema normativo in cui si inserisce la disposizione.

D'altro canto, la sussidiarietà del criterio logico pare sia stato richiamato in maniera poco perspicua nel caso di specie. Sarebbe bastato evidenziare la fallacia dell'assunto secondo cui il criterio dell'intenzione del legislatore potrebbe dare accesso a significati conformi ad un generico “comune sentire”, anche quando devianti rispetto al senso letterale delle parole impiegate dal legislatore. Ed invero, il rischio di travisamento del significato della norma paventato dalla Cassazione non dipende da un uso del criterio logico concorrente con quello letterale, pena la contraddittorietà con la stessa disciplina di cui all'art. 12 disp. prel. c.c. Semmai, tale pericolo discende proprio dalla pretesa di giustificare la deviazione dal significato proprio di ciò che si intende per “rapporti di parentela” attingendola direttamente dalla realtà sociale, mediata da un generico “comune sentire” di cui il giudice – secondo una formula che riecheggia i canoni della Interessenjurisprudenz – dovrebbe farsi interprete autentico. Al contrario, la ricostruzione del significato nel contesto del provvedimento di legge nonché nel prisma di un'indagine sistematica ed assiologica, ovvero utilizzando le lenti fornite dall'ordinamento, vale a dire le norme, non può che condurre ad un esito prudente dal punto di vista normativo.

Una volta chiarito questo aspetto, non vi è alcun bisogno di immaginare una sorta di gerarchia tra criterio letterale e intenzione del legislatore, non almeno nel caso discusso. Sarebbe stato sufficiente rammentare che, quando il legislatore definisce i rapporti di parentela all'art. 74 c.c. escludendo i rapporti coniugali, impiega un significato conforme all'uso comune che si riscontra nel linguaggio ordinario. Data anche la delicatezza che contraddistingue la materia dei rapporti familiari, nel linguaggio legislativo è consolidata la tendenza a riferirsi al “coniuge” distintamente rispetto agli altri parenti: talora in maniera espressa (si pensi all'art. 230 bis 3° co. c.c., in materia di impresa familiare; all'art. 768 – quater c.c., ove si segnala quale condizione ostativa al patto di famiglia in favore di uno o più discendente, la partecipazione anche del “coniuge e tutti coloro che sarebbero legittimari”); talaltra in maniera implicita (si pensi all'art. 1023 c.c. in materia di uso e abitazione).

Si noti che con ciò non si vuole sostenere che sia impossibile dare accesso ad una nozione di parentela “sociale” idonea a ricomprendere anche il rapporto di coniugio. Si vuole però solo affermare che questa estensione non può essere acquisita direttamente dalla realtà sociale, ma può essere attinta unicamente attraverso un'indagine sistematica. Si pensi a quanto potrebbe avvenire per la parola “coniuge” alla luce della l. 20 maggio 2016, n. 76, recante “Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze”. Tale parola si è caricata di un ulteriore senso idoneo a comprendere anche la “persona unita civilmente” seppure – secondo quanto disposto all'art. 20 «al solo fine di assicurare l'effettiva della tutela dei diritti e il pieno adempimento degli obblighi derivanti dall'unione civile tra persone dello steso sesso». Ciò che, in maniera altrettanto significativa, non può essere riconosciuto al “convivente di fatto” che nessuna percezione sociale può rendere assimilabile al “coniuge” a fronte di una scelta legislativa inequivocabilmente volta nel senso di rifiutare a tale figura uno status equipollente.

Tornando al caso deciso dalla Cassazione, occorre allora domandarsi se tale risultato avrebbe potuto essere acquisito mediante una ricostruzione sistematica che, anche facendo leva sul comune sentimento di ostilità verso assunzioni nepotistiche nelle aziende pubbliche, sia idonea a ritenere generalizzato il divieto di contrattualizzazione in favore di familiari. Premesso che una cosa è la intentio legis, quale canone ermeneutico che concorre con quello letterale a determinare il significato delle parole, altro è la c.d occasio legis, che in alcun modo può guidare le operazioni ermeneutiche del giudice, il sistema non registra l'esistenza di un generale divieto di assunzione di familiari. L'unica previsione in cui astrattamente potrebbe farsi rientrare l'ipotesi è quella del conflitto d'interessi previsto dall'art. 6-bis l. n. 241 del 1990 come modificato dall'art. 1, comma 41, l. n. 190 del 2012. Ai sensi di tale disposizione, colui che detiene un potere procedimentale nell'ambito delle pubbliche amministrazioni e concessionari di pubblici servizi ha l'obbligo di astenersi dall'esercitarlo in caso di conflitto di interessi essendo obbligato a dichiararlo al superiore gerarchico. Nulla, in definitiva che possa giustificare un significato di parentela così deviante da ricomprendervi anche il rapporto di coniugio.

 

Considerazioni sull'interpretazione del contratto. Alla luce di quanto detto, nel caso di specie il richiamo ad un'interpretazione a-tecnica volta a configurare il coniuge alla stregua di un “parente sociale acquisito” al fine di applicare le condizioni ostative all'assunzione è risultata operazione non già volta a determinare il significato delle parole presenti nel testo normativo, quanto ad insinuare in maniera pretestuosa un'oscurità nel dettato della legge che, evidentemente, non esiste. D'altro canto, poiché è proprio dell'autonomia contrattuale anche il potere di dettare criteri più rigidi di quelli previsti dalla norma per definire condizioni ostative all'assunzione in azienda, occorre scrutinare il regolamento contrattuale al fine di verificare se l'interpretazione estensiva avrebbe potuto essere giustificata in punto di ermeneutica contrattuale.

Nel caso che si commenta, la Cassazione ripiega sul classico principio di gerarchia dei canoni interpretativi nella variante secondo cui sarebbe possibile distinguere tra norme strettamente interpretative, la cui applicazione è necessaria (artt. 1362-1365 c.c.) e norme interpretative-integrative (artt. 1366-1371 c.c.), la cui applicazione è sussidiaria ed eventuale. Secondo tale orientamento, il secondo gruppo di norme, ambiguamente definite norme interpretativa-integrative, consentirebbe di ascrivere alle disposizioni contrattuali un significato che in qualche modo prescinde dall'intenzione delle parti. Sicché, l'applicazione di tale secondo gruppo di norme dovrebbe essere esclusa quando, in base al canone ermeneutico della comune intenzione, non vi sia più dubbio alcuno che la lettera abbia fedelmente riprodotto la volontà delle parti.

Anche in questo caso, vale la pena evidenziare come il criterio gerarchico non solo viene declinato con varietà di accenti in giurisprudenza, non tutti conformi alla dottrina che pure l'aveva “scoperto”, ma anche esplicitamente rifiutato dalla medesima dottrina, nonché da parte della giurisprudenza, nella misura in cui, in una sua particolare versione, suppone la possibilità di disapplicare un intero apparato normativo alla luce del principio in claris non fit interpretatio.

Al tempo stesso, vale però la pena evidenziare come tra il principio di cui alla massima ed il metodo interpretativo effettivamente impiegato dalla Cassazione sussista un evidente scollamento.

Nella parte motiva, infatti, si nota come il richiamo alla gerarchia dei criteri interpretativi appare come un omaggio stereotipato ad una mera formula verbale. Ed invero, al risultato interpretativo la Corte è giunta applicando il criterio di cui all'art. 1363 c.c., ulteriormente scrutinato alla luce dei canoni di cui agli artt. 1366 e 1370 c.c. Dunque, dalla motivazione emerge che il dato letterale è stato tenuto in prioritaria considerazione poiché al sintagma “rapporti di parentela” è stata data un'interpretazione letterale, senza indulgere a deviazioni dallo stereotipo comunemente impiegato alla luce dell'interpretazione sistematica del testo. Semmai, merita evidenziare come la lettera a cui deve darsi prioritaria enfasi non è stata ricostruita in maniera esegetica, facendo leva sulla singola parola o sul singolo enunciato, ma alla luce dell'interpretazione complessiva del testo condiviso dalle parti, da cui si evinceva come l'impresa datoriale avesse distintamente disciplinato i rapporti di coniugio nel quadro delle condizioni ostative all'assunzione in altri e più limitati contesti.

Quanto detto, evidenzia perciò come il canone letterale, comprensivo del riferimento alla disposizione di cui all'art. 1363 c.c., rappresenta un canone di applicazione necessaria. D'altro canto, il riferimento alla comune intenzione di cui all'art. 1362, comma 1, c.c., che dovrebbe servire ad aprire ad un'indagine contestuale comprensiva anche del riferimento al comportamento complessivo delle parti, è stato impiegato in maniera puramente declamatoria in massima, ma – a giudicare dalla parte motiva – non pare sia stato effettivamente praticato.

Abbandonato quale principio metodologico operativo il criterio gerarchico, nonché l'ambigua caratterizzazione “integrativa” delle regole ermeneutiche di cui agli artt. 1366 ss c.c., sarebbe forse stato più sincero compendiare l'impresa ermeneutica compiuta dalla Cassazione richiamandosi al criterio della prevalenza della lettera, seppure in un senso meno ingenuo di quello contemplato dal brocardo in claris non fit interpretatio. Del resto, il significato dato al sintagma “rapporto di parentela” riposa su quanto evidenziato nella prima parte della motivazione, ossia sulla corrispondenza all'uso ordinario delle parole impiegate. Tuttavia, il dato della priorità del senso letterale può assumere un significato ulteriore e recondito considerato che parte datoriale non ha in alcun modo assolto all'onere di dimostrare l'esistenza di un'ambiguità rilevante tra quanto letteralmente previsto dal contratto dalla medesima predisposto e quanto si sarebbe dovuto intendere in base alla comune intenzione.

Si dia, ad esempio, il caso che il datore di lavoro avesse considerato, con idonea evidenziazione stilistica, che il richiamo ai “rapporti di parentela” quale caso ostativo, fosse da considerare alla stregua di un'indicazione meramente esemplificativa, ai sensi dell'art. 1365 c.c.. Tale strategia di lettura (e redazionale ancora prima) gli avrebbe quantomeno consentito di aprire l'attività interpretativa in favore di un'interpretazione estensiva –– si badi bene – del caso, non della parola, a cui “secondo ragione” poteva estendersi la condizione ostativa. Non senza difficoltà, tuttavia, tale pretesa avrebbe potuto essere accolta. Una volta aperta la procedura ermeneutica sulla base della presunzione di non tassatività delle ipotesi, gli indici co-testuali e contestuali non deponevano in senso favorevole alla pretesa interpretativa del datore di lavoro.

Ad ogni modo, a prescindere da una dimostrazione dell'esistenza di un'ambiguità rilevante nel testo, la pretesa del datore di lavoro si risolve davvero nella mera preferenza per una diversa (e non plausibile) interpretazione del senso letterale delle parole impiegate, tanto meno autorizzata considerando il canone della interpretatio contra proferentem.

Quanto detto consente di svolgere una considerazione conclusiva sull'applicazione dei canoni ermeneutici che depone in senso assolutamente contrario ad ogni forma di gerarchia e, al tempo stesso, consente di cogliere il senso più originale della pronuncia che si commenta, purché ci si emancipi dalla tendenza a trattare i canoni ermeneutici alla stregua di direttive rivolte esclusivamente al giudice. Sintomatica in proposito è che, tra le doglianze espresse dall'azienda, abbia assunto un certo rilievo quella secondo cui la condotta del giornalista avrebbe dovuto essere qualificata alla stregua di un illecito omissivo commesso in violazione del divieto di contrattualizzazione di rapporti di lavoro con familiari.

La Cassazione ha ridotto la portata di tale doglianza nell'ambito dell'interpretazione della legge. Tuttavia, essa avrebbe potuto avere ben altra evidenziazione trasportata nel campo dell'interpretazione contrattuale. Del resto, la stessa sussistenza di una violazione disciplinare per il dipendente che segnala un familiare ai fini della sua assunzione è integralmente rimessa alla possibilità di qualificare la condotta del dipendente come contraria ad un divieto contemplato nella disciplina del rapporto di lavoro del dipendente. In questa prospettiva, la decisione deve confrontarsi con il problema di analizzare se, all'esito di un esame del regolamento contrattuale condotto alla luce delle regole ermeneutiche contrattuali, la condotta del dipendente possa o meno ritenersi compresa nella propria sfera di libertà di azione non conculcata dall'area del divieto contrattuale posto dall'azienda. Detto in termini più concreti, si tratta di capire se l'avere distinto tra rapporto di parentela e rapporto coniugale, lungi dall'essere la risultante di una esegesi cavillosa del regolamento contrattuale operata dal dipendente in mala fede, sia piuttosto da descrivere come attuativa del regolamento contrattuale e dunque conforme, in ultima analisi, allo spirito del divieto. Tale premessa è utile per osservare che l'itinerario ermeneutico, puntellato dall'applicazione dei canoni interpretativi, avrebbe potuto condurre a sostenere che la condotta del giornalista non era contraria ai termini contrattuali, ma esercitava uno spazio di libertà dal contratto in senso conforme alla comune intenzione delle parti. Per converso, la pretesa interpretativa del datore di lavoro, così come si è concretizzata nell'addebito mosso in sede di licenziamento è frutto di una condotta interpretativa contraria a buona fede, perché contraria alla lettera del testo, tanto più che questo era stato da medesimo predisposto. Sicché, proprio dalla contrarietà a buona fede della condotta interpretativa segue quale sanzione l'illegittimità del licenziamento intimato.

La prospettiva operativa appena menzionata merita di essere coltivata sotto il profilo metodologico perché, da un lato, coglie come le regole di ermeneutica contrattuale possano essere analizzate alla stregua di regole di secondo grado ovvero di ausilio all'autonomia contrattuale a cui le parti debbono rivolgersi al fine di dare piena attuazione al regolamento contrattuale; dall'altro perché consente di ripristinare un meccanismo di funzionamento delle regole di ermeneutica contrattuale non deviante rispetto a quello ordinariamente riconosciuto alle norme giuridiche, fino al punto da consentire al giudice di ritenere superflue la loro applicazione in omaggio al più discutibile dei criteri, quello dell'in claris non fit interpretatio.

RIFERIMENTI GIURISPRUDENZIALI E BIBLIOGRAFICI – Sull'interpretazione della legge, la bibliografia è praticamente sterminata. Si veda la voce G. ZACCARIA, Interpretazione della legge, voce Enc. Dir., [Annali, V, 2012], 694 ss. per i profili culturali; P. MADDALENA, Interpretazione sistematica e assiologica del diritto, in Giust. civ., 2009, fasc. 2, 65 ss. per un tentativo di superamento degli indirizzi ermeneutici tradizionali. Sull'interpretazione del contratto, analogamente, il rinvio non può che essere parziale. Sul criterio gerarchico si vedano ovviamente C. GRASSETTI, L'interpretazione del negozio giuridico con particolare riguardo ai contratti, Padova, 1938, 7 ss.; N. IRTI,Principi e problemi di interpretazione contrattuale, in Riv. Trim. dir. proc. civ., fasc. 4, 1999, 1139 ss.; 1015; per una critica volta al suo superamento, G. OPPO, Profili dell'interpretazione oggettiva del negozio giuridico, Bologna, 1943, 13 ss.; da ultimo si veda M. PENNASILICO, L'interpretazione dei contratti tra relativismo e assiologia, in Rass. dir. civ., 2005, 725; adde P. COSTANZO, Il principio in claris non fit interpretatio nel sistema delle norme relative all'interpretazione del contratto, in Giust. civ., 1997, fasc.3, 151 ss.; sulle norme interpretative come norme di secondo grado si veda F. CARNELUTTI, L'interpretazione dei contratti e il ricorso in Cassazione, in Lezioni di diritto proc. civ., I Padova, 1920, 319.

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