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Lavoro 08.05.2020

La continuità aziendale della produttività capitalistica nella crisi epidemiologica

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Il dispositivo normativo del d.l. 8 aprile 2020 n. 23, è stato fatto cadere nel bel mezzo della crisi di un sistema economico di mercato concorrenziale fondato sulla scarsità e sulla produttività legata al profitto, con l'intento di preservare per la fase2 dell'emergenza sanitaria, quelle particolari forme organizzative che gemmano e connettono il tessuto sociale di una comunità, le imprese. L'immunizzazione, è proprio il caso di dire, tende a sospendere l'azione complementare finalizzata all'espulsione dal gioco del mercato, le imprese inefficienti. Sostanzialmente la crisi biologica, umana e sociale determinata dal Coronavirus ha innescato un'autoprotezione della comunità, almeno di quella Occidentale, rispetto al sistema economico di mercato che resosi da essa autonomo e autoregolamentato, ora la minaccia. In questo periodo di emergenza sanitaria, infatti, la regola sistemica dell'obbligatoria partecipazione ai processi produttivi (l'uomo per sopravvivere può soltanto acquistare dal mercato, vendendo quello che ha, anche il lavoro, soltanto al mercato) non sta funzionando per mancanza d'incentivi individuali (il profitto, per le imprese, e il timore della fame in condizione di scarsità per il consumatore). La produzione come processo lavorativo e di adattamento survival tra l'uomo e l'ambiente, in questo momento si è ritratta, mentre la produttività tecnica guidata dal sistema dei prezzi di mercato e che tendeva a massimizzare la quantità dei beni con il minimo sforzo economico (profitto), in alcuni settori, pur presente per necessità, si è trasformata in una produttività che tende ad assicurare soltanto la massima utilità sociale di quanto prodotto (le mascherine, la produzione di cibo, la distribuzione). Ora, mentre come un fiume carsico riemerge la sostanza della produzione quale processo di adattamento dell'uomo con l'ambiente, il Decreto liquidità, invece, tenta di ripristinare lo status quo ante con una serie d'interventi mirati a salvaguardare la continuità aziendale dell'impresa a produttività capitalistica e quindi il valore economico degli shareholder, la comunicazione organizzativa del bilancio di esercizio e gli interessi degli stakeholder, sostanzialmente cerca di conservare tutti quegli operatori economici, paganti, che sono legati da una rete di rapporti contrattuali con imprese, agenti, in attesa di un ritorno alla normalità sociale, al mercato ed al criterio selettivo dell'efficienza. Questa logica protettiva è nel solco della recente Riforma della crisi d'impresa che riconosce e tutela la continuità aziendale come valore multi-stakeholder delle organizzazioni, ma la crisi epidemiologica la sta superando prima ancora che il Codice della crisi d'impresa entri in vigore (1° settembre 2021). Questo nuovo concetto di valore concorsuale, a causa del rafforzamento della consapevolezza di una più vasta comunità di destino generata dalla crisi epidemiologica, si dimostra inadeguato rispetto alla corrente produttività tecnica generatrice di valori d'uso sociale che sta collegando e coordinando l'uomo con l'ambiente al fine di soddisfarne i bisogni materiali. La fase2 dell'emergenza economica deve considerare anche la presenza antropologica di questi valori comuni che non possono costruirsi attraverso scambi di mercato, ma solo con assunzioni di responsabilità “fino in fondo”. L'intervento all'interno del coordinamento uomo-ambiente di intermediari e produttori efficienti che si proponessero come stakeholder esterni alla governance delle relazioni che innervano il sistema, deve essere legislativamente limitato nell'opportunismo in quanto, per efficienza, potrebbero sfruttare a loro vantaggio l'apparente “ritardo organizzativo” delle imprese collegate, privandole delle risorse strategiche essenziali per la loro durevole esistenza. (Il sistema agroalimentare, ne è l'esempio tipico).

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