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Danno e responsabilità 22.12.2020

Vaccino anti covid. Autodeterminazione individuale e interesse (alla salute) della collettività. Prime riflessioni sulla strategia di distribuzione

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1 .   Volontarietà vs obbligatorietà. Volontarietà della vaccinazione: vantaggi di sistema e rischi di contesto. Adesione spontanea, esitazione vaccinale, persuasione e informazione.

L'11 marzo 2020 l'Organizzazione mondiale della Sanità (OMS) ha dichiarato che il Covid 19 si caratterizza come una pandemia. Lo sforzo di centri di ricerca e case farmaceutiche per mettere a punto un vaccino in grado di neutralizzare, o quanto meno ridurre, l'impatto del virus è stato imponente e ha coinvolto attori pubblici e privati, di diverse nazionalità, anche in collaborazione tra loro. La disponibilità di un vaccino efficace è del resto in grado di influenzare dinamiche geopolitiche. Non solo “Lo Stato che produce per primo il vaccino, prodotto salvifico, può utilizzarlo per affermare così la sua eccellenza scientifica e tecnologica e dimostrare la sua capacità di proteggere per primi gli abitanti della sua nazione e poi gli abitanti dei paesi amici” [1], ma disporre prima degli altri del “nuovo oro” potrebbe significare “ripartire” per primi, e quindi tradursi in un significativo vantaggio competitivo dal punto di vista economico.

Una riflessione sul vaccino anti Covid 19 potrebbe svolgersi lungo diverse linee di ricerca, a partire dalla fase di sperimentazione (particolarmente rapida), alla proprietà (e politica) brevettuale, alla esigenza di una sua condivisione a livello globale [2]. In questa sede ci si limiterà tuttavia solo a sollevare alcuni interrogativi relativi alla strategia di distribuzione.

Primo nodo da sciogliere, l'obbligatorietà o la volontarietà del vaccino [3]. Ciascuna delle due strade presenta vantaggi, nessuna appare esente da criticità.

Nel piano strategico presentato dal Ministro della salute l'opzione impositiva viene (almeno per il momento) accantonata e la vaccinazione è “offerta” [4]. La scelta appare in sintonia con il dettato costituzionale - che afferma la regola della volontarietà dell'intervento terapeutico, la cui obbligatorietà rappresenta una eccezione giustificabile solo in ragione della tutela della salute collettiva - e con la sempre maggiore sensibilità per i diritti di autodeterminazione individuale (soprattutto in ambito terapeutico) [5]. Inoltre, rendere volontario il vaccino potrebbe probabilmente evitare le (altrimenti accese) contestazioni della (nonostante la pandemia, ancora) agguerrita corrente “no-vax”.

In questa ipotesi la copertura necessaria a conseguire la cd. immunità di gregge si realizzerebbe in virtù della ampia adesione spontanea alla vaccinazione. Il pronostico (o l'auspicio?) sotteso è che l'onda emotiva causata dal timore del Covid 19 e dalle molte restrizioni dilati tale adesione spontanea sino a comprendere i vaccino-scettici. Pronostico (o auspicio?) per nulla irragionevole, dal momento che il rifiuto alla vaccinazione tende ad aumentare quanto più l'incidenza della malattia tende a ridursi e che con riguardo al Covid 19 una riduzione significativa e indipendente dalle misure restrittive adottate non sembra né attuale né prossima. L'esito, tuttavia, non è affatto scontato. Non sembra infatti, come accennato, che la pandemia sia riuscita a eliminare (come pure sarebbe stato legittimo attendersi) la cd. “esitazione vaccinale”, ovvero il ritardo nella adesione, lo scetticismo o addirittura il rifiuto nei confronti della vaccinazione [6].

Si tratta di un fenomeno complesso, che include una grande varietà di determinanti contestuali, individuali, di gruppo, relativi a un vaccino in particolare o alla vaccinazione in generale e a cui in questa sede è possibile solo accennare. Tra le varie ragioni determinanti dell'esitazione vaccinale, la convinzione che i vaccini non siano sicuri, la convinzione che vi sia un rischio molto basso di contrarre la malattia o che questa possa causare forme cliniche molto gravi, la convinzione che le malattie infettive dell'infanzia possano aiutare a rafforzare il sistema immunitario e che quindi non debbano essere evitate, la preferenza verso metodi di prevenzione alternativi come l'omeopatia, il problema dell'accesso (in termini di tempo o di disponibilità dei vaccini) e del costo, specifiche credenze religiose, teorie complottistiche.

Non tutte tali ragioni potrebbero essere evocate per opporsi alla somministrazione del vaccino anti Covid 19, per esempio la difficoltà di contagiarsi non potrebbe certo essere richiamata e, quanto ai costi, il vaccino, secondo quanto dichiarato nel documento ministeriale, dovrebbe essere gratuito. Alcuni determinanti anti-vaccinali, poi, potrebbero essere facilmente risolti tramite semplici interventi logistici: l'accesso, in ipotesi, potrebbe essere migliorato estendendo gli orari di apertura o organizzando sedute vaccinali in punti strategici in grado di venire incontro alle esigenze dei vari soggetti coinvolti. Convincere persone con radicate convinzioni religiose, filosofiche o complottiste risulta in generale difficile rispetto a ogni tipo di intervento vaccinale e non è affatto certo che il vaccino anti Covid 19 costituirebbe in tal senso un'eccezione, ma si tratterebbe, probabilmente, di una fascia non particolarmente ampia di popolazione.

Rispetto a tale vaccino - in ragione della sua stessa novità - è possibile che il determinante antivaccinale prevalente sia rappresentato dal dubbio sulla sua sicurezza e in particolare sui suoi possibili effetti collaterali a medio e lungo termine [7]. Il documento ministeriale si mostra del resto perfettamente consapevole del ruolo che in questo caso può assumere tale dubbio e individua la strategia di “risposta” più adeguata in una informazione completa, obiettiva e accurata, funzionale - sembra di intravedere “in controluce” nel disegno ministeriale - alla persuasione. In particolare, si legge nel documento, “sarà necessario spiegare che le rigorose procedure di autorizzazione dell'UE non contemplano alcuna deroga alla sicurezza” [8].

La novità del vaccino potrebbe tuttavia rendere per gli stessi medici poco agevole rassicurare i vaccinandi in tal senso. Non a caso, il documento ministeriale sottolinea che “è di particolare importanza potenziare il focus sugli operatori sanitari….A tal fine si dovrà, anche tramite uno specifico programma di formazione a distanza (FAD) a cura dell'ISS: 1) informare e formare gli operatori sanitari sulle caratteristiche dei vaccini COVID; 2) aumentare la fiducia e l'adesione degli stessi nei confronti del vaccino in quanto destinatari prioritari; 3) migliorare la capacità dei professionisti sanitari di comunicare e interagire con le persone appartenenti alle altre categorie prioritarie al fine di sostenere la campagna vaccinale” [9]. È però legittimo chiedersi se i tempi necessariamente dilatati di una efficace strategia della persuasione e le modalità “personalistiche” sicuramente in astratto più adeguate e preferibili, per esempio un colloquio dalla durata non “contingentata” con il proprio medico di fiducia, siano davvero compatibili con la situazione pandemica.

Per tentare di attenuare il rilievo della esitazione vaccinale si potrebbe ipotizzare di accompagnare la volontarietà della vaccinazione con una sorta di “spinta gentile”. Posto che di solito si è maggiormente riluttanti ad esporsi al rischio (vero o presunto) se questo è il risultato di un agire positivo, di un “fare qualcosa”, si potrebbe fare leva sulla forza dell'inerzia. In questa prospettiva, si potrebbe immaginare di inserire tutti i soggetti vaccinabili in un piano già articolato dal punto di vista organizzativo, accollando loro l'onere di attivarsi per rifiutare il vaccino anziché per riceverlo. E così, la struttura o le strutture preposte dovrebbero comunicare ai soggetti interessati l'appuntamento per la somministrazione del vaccino, eventualmente proponendone subito un altro in caso di impossibilità per la data prevista, fermo restando il diritto del chiamato di rifiutarsi. È possibile, forse probabile, che questo indurrebbe alla vaccinazione un numero di persone maggiore di quello che si avrebbe lasciando ai diretti interessati l'onere di individuare e contattare dette strutture per fissare un appuntamento. Resta tuttavia, purtroppo, sullo sfondo la domanda se una simile strategia sia veramente sostenibile, in termini di risorse, per il sistema sanitario nazionale e in particolare per la cd. medicina del territorio, medici e pediatri di base, ASL.

2 .   L'obbligatorietà della vaccinazione, extrema ratio. Dubbi e questioni aperte: quale sanzione? Quale vaccino?

L'opzione impositiva dell'obbligo vaccinale è accantonata ma non esclusa. Nella presentazione del piano strategico effettuata dal Ministro si afferma espressamente che “Al momento non è intenzione del governo disporre l'obbligatorietà della vaccinazione. Nel corso della campagna valuteremo l'adesione dei cittadini. Il nostro obiettivo è, senza dubbio, raggiungere l'immunità di gregge”. Pertanto, se non sarà possibile raggiungere tale obiettivo– che richiede una copertura vaccinale piuttosto estesa – attraverso l'adesione volontaria al vaccino, lo stesso potrebbe essere reso obbligatorio [10].

La vaccinazione obbligatoria costituisce espressione (probabilmente la più consistente) dei trattamenti sanitari obbligatori. Ai sensi del 2° c. dell'art. 32 Cost., tali trattamenti sono ammessi solo “per disposizione di legge”, che “non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. L'eccezione alla regola della volontarietà del trattamento sanitario, come già accennato, si giustifica solo se l'imposizione è direttamente volta a tutelare l'interesse collettivo alla salute e sempre che l'intervento impositivo migliori o quanto meno non leda, se non in misura “tollerabile”, lo stato di salute individuale [11]. La somministrazione del vaccino anti Covid 19 è diretta a preservare lo stato di salute di chi vi si assoggetta [12] e l'interesse della collettività alla sua (quanto più possibile) estesa diffusione - sempre che lo stesso non solo impedisca di contagiarsi, ma di contagiare - è indiscutibile, tanto da potere rappresentare quasi un caso di scuola. L'esigenza di tutela della salute della collettività in emergenza pandemica, infatti, non deve certo essere dimostrata e tale tutela si realizza attraverso il raggiungimento di soglie di copertura vaccinale ritenute sufficienti a limitare in maniera significativa la circolazione del virus (o di altri agenti patogeni) e garantire così la cd. immunità di gregge [13].

Più problematico invece, come già accennato, rendere la vaccinazione obbligatoria qualora il vaccino impedisca al vaccinato di contagiarsi o, più probabilmente, di contrarre la patologia in forma grave, ma non di contagiare, in quanto in tal caso la vaccinazione sarebbe diretta esclusivamente a migliorare o preservare la salute del danneggiato ma non avrebbe effetti sulla tutela della salute della collettività. Allo stato tuttavia tali dati non sembrano ancora disponibili, pertanto sembra inevitabile muovere dalla considerazione (auspicata) che il vaccino sia efficace su entrambi i fronti.

Quanto alle possibili difficoltà alla attuazione di un piano vaccinale obbligatorio, può facilmente immaginarsi la fiera opposizione della corrente no-vax, che potrebbe percorrere la via giurisdizionale e/o intraprendere una massiccia campagna mediatica. Difendere la obbligatorietà del vaccino in via giurisdizionale non appare impresa impossibile. La giurisprudenza costituzionale è infatti da tempo orientata ad ammettere, a determinate condizioni che nel caso di specie sembrano sussistere, la legittimità di una imposizione vaccinale. In particolare, la Corte ha affermato che “l'art. 32 Cost. postula il necessario contemperamento del diritto alla salute del singolo (anche nel suo contenuto di libertà di cura) con il coesistente e reciproco diritto degli altri e con l'interesse della collettività … la legge impositiva di un trattamento sanitario non è incompatibile con l'art. 32 Cost.: se il trattamento è diretto non solo a migliorare o a preservare lo stato di salute di chi vi è assoggettato, ma anche a preservare lo stato di salute degli altri; se si prevede che esso non incida negativamente sullo stato di salute di colui che è obbligato, salvo che per quelle sole conseguenze che appaiano normali e, pertanto, tollerabili; e se, nell'ipotesi di danno ulteriore, sia prevista comunque la corresponsione di una equa indennità in favore del danneggiato, e ciò a prescindere dalla parallela tutela risarcitoria” [14].

Forse più complicato, almeno per certi aspetti, “rintuzzare” una campagna mediatica anti vaccinale, specie se condotta attraverso canali non “tradizionali”, come internet e social network (blog, Facebook, Twitter…), caratterizzati da capillare diffusione, facilità di condivisione, autoreferenzialità, mancata gerarchizzazione delle fonti [15]. Individuare e attivare efficaci strumenti di contrasto a tali canali di informazione (o disinformazione) appare infatti tutt'altro che semplice.

La prevedibile opposizione della corrente no-vax non rappresenta tuttavia l'unica difficoltà collegata alla obbligatorietà del vaccino. Risulterebbe infatti problematico individuare sanzioni efficaci, proporzionate e non discriminatorie in caso di violazione di detto obbligo [16]. Impregiudicati possibili dubbi in termini di proporzionalità, considerare l'obbligo vaccinale condizione necessaria per lo svolgimento di ogni attività lavorativa (impedendo, per esempio, ai non vaccinati l'iscrizione nei relativi albi professionali e/o nelle casse previdenziali) si risolverebbe in un nulla di fatto per pensionati e disoccupati non in cerca di occupazione. Così pure, ritenere l'adempimento dell'obbligo vaccinale necessario per l'accesso a determinati servizi (come iscrizione a scuole pubbliche o paritarie) renderebbe poco efficace la sanzione per coloro che non hanno interesse a questi (quali i soggetti in età non scolastica). Si potrebbe, è vero, estendere i servizi per il cui accesso è necessario dimostrare l'avvenuta vaccinazione sino a ricomprenderli, in sostanza, tutti o quasi (si pensi all'obbligo di esibire un “patentino” per potere usufruire dei servizi pubblici di trasporto o potere spostarsi tra regioni o addirittura tra province e comuni). Tale opzione - anche qui “al netto” di ogni dubbio circa la proporzionalità della sanzione - si presenterebbe tuttavia molto poco agevole da applicare: basti pensare alla difficoltà di controllare tale patentino per l'accesso ai mezzi pubblici di trasporto delle grandi aree urbane. Prevedere a fronte del mancato adempimento dell'obbligo vaccinale il pagamento di una ammenda potrebbe invece risultare discriminatorio, in quanto suscettibile di incidere in senso negativo solo sulle categorie economicamente meno salde, e quindi eventualmente spingere all'adempimento dell'obbligo vaccinale solo queste.

Ci si potrebbe poi chiedere se l'obbligo vaccinale possa considerarsi adempiuto in caso di vaccino somministrato all'estero. La questione non è meramente ipotetica e assume, a ben vedere, rilievo anche sistematico nella misura in cui lambisce la questione della libertà di cura. Data la pluralità di vaccini anti Covid 19 disponibili, in un mondo “globalizzato, potrebbe facilmente presentarsi sia il caso di un cittadino straniero (residente in Italia) che si sia sottoposto al vaccino utilizzato nel proprio paese, per esempio un cittadino russo che certifichi la somministrazione del vaccino “SputnikV”, sia di un cittadino italiano che comunque decida di farsi vaccinare in Russia con “SputnikV”. La libertà di cura – intesa anche come libertà di scegliere la cura – dovrebbe indurre a ritenere l'obbligo vaccinale assolto, fatto salvo il caso in cui l'obiettivo di tutela della salute collettiva non risulti frustrato in ragione della inefficacia di quel prodotto vaccinale, o, quanto meno, della sua discussa/incerta efficacia. Resta tuttavia aperta la questione di chi dovrebbe valutare tale efficacia. Se infatti tutti i “prodotti validati” dalla Agenzia europea per i medicinali (EMA) possono ritenersi certamente adeguati, rimane da chiedersi se considerare tali anche quelli che non si sono sottoposti al suo giudizio, né a quello dell'agenzia italiana, ma sono stati “validati” solo dall'autorità di controllo del paese ove il vaccino è stato prodotto e/o somministrato. Per i turisti, invece, l'obbligo vaccinale, se previsto, dovrebbe ritenersi sempre assolto provando la somministrazione di qualsiasi vaccino. La necessità di una doppia dose a distanza di un alcune settimane e la circostanza che deve trascorrere qualche tempo per la sua efficacia non sembrano infatti rendere realistiche opzioni diverse.

Sotto il profilo etico, affermare la natura obbligatoria del vaccino anti Covid 19 potrebbe risultare scelta non priva di solide argomentazioni. Se per garantire la salute della collettività è necessaria la cd. immunità di gregge - che come noto si ottiene e a fronte di una copertura vaccinale piuttosto estesa - appare eticamente discutibile contare di raggiungere tale obiettivo solo con la vaccinazione “degli altri”. La scelta di non vaccinarsi che si fondi (o si adagi) nella pretesa di una scelta opposta da parte della maggior parte dei consociati (non mi vaccino perché tanto tutti gli altri lo fanno e quindi si determina immunità di gregge) genera infatti sul piano etico non pochi interrogativi.

Interrogativi di carattere etico potrebbero sorgere anche relativamente alla vaccinazione di soggetti in età pediatrica, per almeno una duplice ragione. Da un lato, raramente tali soggetti vengono inclusi nelle sperimentazioni, sicché risulta difficile stabilire che il vaccino - così come del resto ogni farmaco, e non a caso la mancata sperimentazione sui bambini è da tempo al centro di un dibattito - è nei loro riguardi del tutto innocuo. Dall'altro lato, non sembra dai dati finora noti che il Covid 19 sia particolarmente aggressivo nei confronti dei bambini o dei giovanissimi. I bambini, si ripete spesso, superano in genere con facilità la malattia e sono pericolosi soprattutto come vettori della stessa. In questa prospettiva, sembra possibile chiedersi se vaccinarli sia utile a loro o, soprattutto, agli altri – e, nel caso di vaccino che non impedisca di contagiare gli altri, ma solo di non ammalarsi o di sviluppare una forma lieve della patologia, neanche a loro -, con tutto ciò che ne consegue in termini di ammissibilità di un trattamento sanitario obbligatorio [17].

3 .   Una scelta compromissoria: l'obbligatorietà circoscritta (a talune categorie, per taluni servizi). Rilievi critici.

Una alternativa “compromissoria” tra obbligo vaccinale e semplice raccomandazione potrebbe consistere nel considerare il vaccino obbligatorio solo per alcune categorie di soggetti [18], per esempio per gli operatori sanitari. La soluzione non rappresenterebbe una novità assoluta nel panorama normativo, sussistendo seppur rare ipotesi in tal senso [19], ma suscita tuttavia alcune perplessità, sotto vari profili. Dal punto di vista mediatico, l'opzione rischia di apparire rischiosa se non addirittura controproducente. “Costringere” i medici a vaccinarsi potrebbe infatti essere interpretato come strumento per prevenire la loro inadeguata adesione spontanea, sintomo della scarsa affidabilità del vaccino. Dal punto di vista etico, l'opzione si presenta non del tutto persuasiva. Se in una situazione pandemica è possibile qualificare il vaccinarsi in termini di doverosità sociale non sembra infatti esente da critiche fare gravare tale obbligo solo su una categoria. Infine, l'opzione si rivelerebbe comunque scarsamente efficiente. Se l'obiettivo da perseguire per tutelare la salute collettiva è la cd. immunità di gregge, raggiungibile solo attraverso una vaccinazione diffusa, obbligare a tale vaccinazione solo gli operatori sanitari potrebbe risultare misura (inutilmente) lesiva della loro autodeterminazione terapeutica. Pur includendo nella categoria non solo tutti i soggetti che operano a vario titolo nelle strutture sanitarie (solo parte del ssn o anche private?), ma anche tutti coloro che svolgono professioni sanitarie, appare evidente che il loro numero è comunque esiguo e assolutamente inidoneo a raggiungere l'immunità di gregge. In questa prospettiva la possibilità di giustificare una simile misura suscita non poche perplessità.

 La questione si presenterebbe in termini almeno parzialmente diversi ampliando la platea dei soggetti obbligati alla vaccinazione sino a ricomprendervi, per esempio, tutti coloro che per lavoro hanno frequenti contatti con il pubblico (e quindi notevole facilità di diffondere il virus), o tutti i dipendenti pubblici (per la ragione, esclusivamente di carattere “pratico”, che dovrebbe essere meno complicato controllare l'adempimento e comminare la sanzione). Una simile obbligatorietà non rivestirebbe dal punto di vista mediatico lo stesso significato dell'obbligo vaccinale per gli operatori sanitari, e quindi probabilmente non sortirebbe sotto tale profilo i medesimi effetti negativi, tuttavia suscita ugualmente alcune perplessità. Appare infatti eticamente discutibile far gravare il raggiungimento dell'immunità di gregge solo alcune categorie lavorative ed oltremodo problematico individuarle (in modo non arbitrario).

Rendere la vaccinazione obbligatoria per “fasce di età”, per esempio per chi abbia compiuto i 65 anni di età, ugualmente appare poco persuasivo. L'eccezione alla regola della autodeterminazione terapeutica si giustifica infatti solo per la tutela della salute pubblica. Gli anziani rappresentano la parte più “fragile” della popolazione, quella maggiormente esposta agli esiti negativi del contagio, non però la più “pericolosa” per la salute pubblica (anzi, forse con l'avanzare dell'età si riducono progressivamente e proporzionalmente movimenti e contatti sociali, sicché gli anziani si dimostrano in definitiva “meno contagiosi”). Imporre loro un obbligo vaccinale si risolverebbe pertanto in una sorta di dovere di “cura preventiva funzionale al non ammalarsi” difficilmente compatibile con la autodeterminazione terapeutica.

Una ulteriore alternativa compromissoria potrebbe consistere nel considerare la vaccinazione necessaria per accedere a taluni luoghi e/o servizi (accesso alle discoteche o agli stadi, utilizzo di sciovie o funivie) e/o svolgere alcune attività (come sport di contatto). Tuttavia, da un lato occorrerebbe ragionevolmente argomentare la maggiore pericolosità di tali luoghi, servizi o attività ai fini della diffusione del contagio. Dall'altro, la mancata possibilità di accesso, utilizzo o svolgimento dovrebbe rappresentare un sacrificio proporzionato all'esercizio, che non dovrebbe necessariamente essere “eroico”, del proprio diritto di autodeterminazione terapeutica. Diversamente la raccomandazione si risolverebbe in una sorta di obbligatorietà mascherata (del resto, il negato accesso ai servizi potrebbe rappresentare, come accennato, una sanzione in caso di violazione dell'obbligo vaccinale), ugualmente indigeribile per i no vax e non meno problematica dal punto di vista etico.

 La “raccomandazione rafforzata” da condizionamenti particolarmente stringenti evoca infatti una “doverosità” del vaccinarsi che erode in maniera significativa l'autodeterminazione del soggetto. La spontanea adesione alla vaccinazione (specie da parte di soggetti esposti al contagio ma con scarse o scarsissime possibilità di esiti infausti della malattia) potrebbe rappresentare una sorta di sublimazione in senso solidaristico della autodeterminazione se davvero il soggetto fosse (completamente) libero di vaccinarsi o meno. Se la libera autodeterminazione risulta non solo “offuscata” da condizionamenti più o meno incisivi (a seconda del rilievo che riveste per ciascuno la possibilità di andare in discoteca o allo stadio, o giocare a calcio o basket), ma finanche “vanificata” dalla impossibilità, altrimenti, di utilizzare mezzi pubblici, o frequentare scuola o università, sembra legittimo chiedersi se possa ancora parlarsi di autodeterminazione o se questa non sia sostituita (in modo a ben vedere forse neanche troppo occulto) da una “doverosità” a questo punto non solo etica. Inevitabile chiedersi se non sia allora preferibile affermare in modo chiaro e trasparente (e quindi, in ipotesi, sottoponibile ad un test di ragionevolezza) la obbligatorietà della vaccinazione.

4 .   Le categorie prioritarie: operatori sanitari, anziani … e poi? Le ragioni della salute e le ragioni “altre”.

Obbligatorio o raccomandato, probabilmente il vaccino non sarà subito disponibile per tutti ed è quindi necessario un piano che indichi a quali categorie possa, o debba, essere prioritariamente somministrato. Il documento, più volte citato, predisposto a questo scopo dal Ministero, muove dalla considerazione che “l'Italia si trova nella fase di trasmissione sostenuta in comunità”, pertanto, la strategia vaccinale in questa fase epidemiologica “si focalizzerà inizialmente sulla riduzione diretta della morbilità e della mortalità, nonché sul mantenimento dei servizi essenziali più critici. Successivamente, qualora uno o più vaccini si mostrino in grado di prevenire l'infezione, si focalizzerà l'attenzione anche sulla riduzione della trasmissione, al fine di ridurre ulteriormente il carico di malattia e le conseguenze sociali ed economiche” [20]. Vengonoquindi individuate le categorie da vaccinare in via prioritaria, sembrerebbe secondo un vero e proprio ordine tra le stesse, che tuttavia assume rilievo limitato in quanto già l'iniziale disponibilità dei vaccini dovrebbe consentirne la somministrazione ai soggetti indicati.

La prima categoria a potere ricevere il vaccino secondo il piano è quella degli operatori sanitari e socio sanitari, in quanto soggetti particolarmente esposti al contagio e a loro volta possibili vettori dello stesso a “pazienti suscettibili e vulnerabili in contesti sanitari e sociali”. Inoltre, si osserva, vaccinare operatori sanitari e socio sanitari “aiuterà a mantenere la resilienza del servizio sanitario” [21]. L'indicazione appare in linea di massima condivisibile. Da un lato, gli operatori sanitari e socio sanitari rappresentano certamente un gruppo ad alto rischio di contagiarsi e quindi di contagiare, spesso, peraltro, persone fragili; dall'altro occorre indubbiamente salvaguardare quanto più possibile la capacità di funzionamento del servizio sanitario. Il piano menziona, ragionevolmente, non solo gli operatori sanitari e socio sanitari pubblici ma anche i privati accreditati; c'è peraltro c'è da chiedersi se non sarebbe stata opportuna una ulteriore estensione ai privati non accreditati. La precisazione che deve trattarsi di soggetti “in prima linea” è stata probabilmente inserita per circoscrivere la platea dei potenziali destinatari prioritari. Diversamente, dal momento che l'elenco delle professioni sanitarie reperibile sul sito del Ministero della salute è molto esteso, sarebbero risultate comprese anche categorie – come per esempio veterinari o podologi – per la verità non più esposte di altre al rischio di contagiarsi e contagiare. Al di là delle buone intenzioni tuttavia, la formulazione, piuttosto generica, precisa poco. Se è scontato possano considerarsi “in prima linea” gli operatori sanitari che svolgono il proprio servizio all'interno di strutture ospedaliere, e (per quanto meno scontato) i medici di base, potrebbe suscitare qualche dubbio ritenere tali alcuni specialisti come ortopedici, dermatologi, chirurgi estetici (non ospedalieri). D'altro canto, sembrerebbe possibile chiedersi se l'indicazione contenuta nel piano ministeriale, specie letta alla luce dell'obiettivo di garantire “la resilienza del servizio sanitario” non pecchi comunque per difetto, non menzionando altri soggetti, non rientranti direttamente in ambito sanitario ma comunque operanti all'interno di strutture ospedaliere e necessari per il funzionamento delle stesse (per esempio personale amministrativo o addetti alle pulizie di tali strutture, altamente esposti al contagio laddove non sia possibile predisporre percorsi nettamente separati). Al di là di tali rilievi, non gravi, si potrebbe osservare, con una certa dose di approssimazione, che la scelta di tutelare gli operatori sanitari per tutelare il sistema sanitario appare ispirata ad un utilitarismo, “sanissimo” ed anzi quasi “etico”, certamente da condividere.

Subito dopo operatori sanitari e socio sanitari il piano del Ministero indica residenti e personale dei presidi residenziali per anziani [22]. I residenti di tali strutture, in ragione della età e (quindi) della (più probabile e frequente) presenza di comorbidità sono infatti gravemente esposti al rischio di contrarre la malattia nelle sue forme più gravi. La priorità per il personale, invece, non è nel piano giustificata ma sembrerebbe determinata soprattutto dall'esigenza di evitare di contagiare e di continuare a garantire il proprio servizio. In questo caso la scelta si presenterebbe insieme “utilitaristica” e “solidaristica”, comunque condivisibile.

Infine, (a condizione che il vaccino risulti efficace nei loro confronti) dovrebbero poter essere vaccinate le persone di età avanzata (80 anni o più, si legge nel piano del Ministero), “considerata l'elevata probabilità di sviluppare una malattia grave e il conseguente ricorso a ricoveri in terapia intensiva o sub-intensiva” [23]. Non sono espressamente menzionate ma devono ritenersi ragionevolmente ricomprese in questo “gruppo” le persone affette da particolari patologie, in quanto condividono con la popolazione più anziana le medesime ragioni di “priorità”. Una scelta che, anche questa volta con non poca approssimazione, si potrebbe definire esclusivamente “solidaristica”.

Fino qui, sembrerebbe, nulla di particolarmente problematico: l'ordine di priorità indicato appare eticamente fondato, razionalmente argomentabile, socialmente accettabile.

La individuazione delle categorie “successivamente chiamate” si pone invece in termini maggiormente problematici. Nel piano del Ministero si legge che “Naturalmente, con l'aumento delle dosi di vaccino si inizierà a sottoporre a vaccinazione le altre categorie di popolazioni, fra le quali quelle appartenenti ai servizi essenziali, …, quali anzitutto gli insegnanti ed il personale scolastico, le forze dell'ordine, il personale delle carceri e dei luoghi di comunità, etc.” [24]. Si potrebbe ritenere che l'elencazione sia fondata sulla convinzione (forse ragionevole) che l'aumento delle dosi avvenga in misura tale da consentire una vaccinazione di tutti non solo in tempi assai rapidi ma sostanzialmente “in contemporanea”. In tal modo una vera e propria indicazione (argomentata) degli ordini di priorità sarebbe in sostanza pleonastica. Diversamente, occorre interrogarsi su quella, in verità piuttosto generica, fornita dal piano. Non poche le possibili osservazioni.

In primo luogo, l'elencazione delle varie categorie sembrerebbe meramente esemplificativa (come suggerisce l'“etc.” di chiusura) e non risulta chiaro se gerarchicamente ordinata. Inoltre, identificare i “luoghi di comunità” non è affatto agevole e quindi qualificare i servizi ivi svolti (si direbbe ipso iure) come “essenziali” potrebbe rivelarsi problematico (o comunque opinabile). Ugualmente, con una buona dose di perfidia, ci si potrebbe poi chiedere se davvero ritenere che insegnanti e personale scolastico svolgano un “servizio essenziale” - posto che, sia pure con differenze geografiche e di grado sono state (salvo una breve pausa) chiuse diversi mesi – non possa apparire riconoscimento quanto meno tardivo.

In realtà, stabilire la “essenzialità” di un servizio non è per nulla semplice. Una generale percezione e condivisione della essenzialità del servizio può registrarsi senza soverchie difficoltà rispetto a servizi sanitari e di polizia, vigili del fuoco, servizi legati alla filiera alimentare, ai trasporti pubblici, (categorie, comunque, esclusi dall'elencazione) e pochi altri che in questa sede non è possibile né utile richiamare. Abbandonato però tale strettissimo criterio di “sopravvivenza”, la essenzialità del servizio si dilata - si potrebbe con ottime ragioni ritenere tale anche quello svolto da magistrati, da avvocati, da notai - e si rivela un criterio (ai fini di individuare la priorità nel piano vaccinale) insufficiente, o quanto meno un criterio che per funzionare ha bisogno di essere integrato. Bisognerebbe, infatti, prevedere una graduatoria della essenzialità, operazione, superfluo sottolinearlo, quanto mai problematica.

Se poi l'essenzialità del servizio deve essere valutata anche in relazione alla esigenza, segnalata nello stesso piano, di “ridurre le conseguenze sociali ed economiche” [25] della pandemia la questione si complica non poco. Tale esigenza non è contemplata nel parere del Comitato nazionale di bioetica (CNB) e appare ispirata a una ottica “utilitaristica” (in senso, questa volta solo economico) che potrebbe forse sollevare qualche dubbio di compatibilità con il principio guida della uguale dignità della persona, sottolineato dal CNB [26]. Tuttavia, si tratta di una esigenza che, data la gravissima crisi economica generata dalla pandemia, non sembra realistico decidere a priori di ignorare completamente.

In ogni caso, essenzialità del servizio e riduzione delle conseguenze sociali ed economiche, non sono criteri sovrapponibili né necessariamente convergenti. Servizi, per esempio nel settore turistico o ludico, che potrebbero essere percepiti come non immediatamente essenziali per la collettività, potrebbero tuttavia, con molte buone ragioni, essere ritenuti essenziali per “ridurre le conseguenze sociali ed economiche” della pandemia. Si tratta infatti di ambiti tra quelli più severamente colpiti dalle varie misure assunte per contrastare il diffondersi dei contagi e che quindi potrebbe, come detto non certo irragionevolmente, apparire utile fare “ripartire” al più presto.

Resterebbe poi da chiarire se il criterio rappresentato dalla “essenzialità” dei servizi svolti debba essere coniugato – oltre che con quello legato alla esigenza di “ridurre le conseguenze sociali ed economiche” - anche con quello della maggiore o minore esposizione al rischio di contagio, indicato nel piano per la prima fase della vaccinazione e poi non più menzionato ma non per questo necessariamente abbandonato. A parità di “essenzialità” e rilievo economico e sociale, infatti, estetisti e parrucchieri sono probabilmente più esposti al rischio di contagio di meccanici e giardinieri. Ed è per la verità sin troppo prevedibile che ogni categoria reclamerà per se stessa la massima essenzialità e rilievo economico e/o (se del caso) la massima esposizione al rischio (anche se finora pubblicamente negato).

Individuare pertanto una “coniugazione” tra i vari criteri e argomentarla in modo da renderla socialmente condivisibile e quindi generalmente accettabile potrebbe rivelarsi operazione oltremodo complessa. Tanto da indurre a chiedersi se per uscire dall'impasse non sia opportuno “ritornare all'inizio”.

In questa prospettiva, “messi in sicurezza” operatori sanitari, presidi per anziani e i “più anziani”, si potrebbe valutare l'opportunità di procedere eventualmente a individuare poche categorie che svolgono una attività unanimemente (o, almeno, generalmente) riconosciuta particolarmente esposta al rischio di contagio, magari risultante tale in base evidenze scientifiche e dati statistici. Nella consapevolezza, tuttavia, che i dati statistici di “contagiosità” potrebbero essere stati influenzati dalle chiusure solo (o in forma prevalente) di alcuni luoghi e attività e quindi potrebbero rivelarsi non predittivi in caso vengano meno i relativi provvedimenti restrittivi.

Dopo, si potrebbe semplicemente “continuare” a seguire l'indicazione anagrafica già contenuta nel piano e quindi vaccinare i soggetti “in ordine anagrafico”, partendo dai più anziani e lasciando i più giovani alla fine. Nulla naturalmente vieterebbe, in ipotesi, di invertire l'ordine e iniziare con il vaccinare i bambini, o comunque i giovanissimi. La scelta non è neutrale.

Si tratta di decidere se assumere quale criterio ordinante quello della maggiore esposizione al rischio del contagio o quello del “minor danno” che al soggetto, in base ai dati statistici ed esperienziali finora maturati, potrebbe derivare dall'eventuale contagio. Nel primo caso dovrebbe essere prioritariamente vaccinata la popolazione scolastica e quella “attiva” dal punto di vista lavorativo. Una scelta, dunque, ispirata a una ottica che si potrebbe definire, con molta approssimazione, utilitaristica, ma che, come detto, non può, data la gravissima crisi economica generata dalla pandemia, essere né stigmatizzata né a priori scartata. Nel secondo caso ad essere prioritariamente vaccinati dovrebbero essere le persone più anziane, non “attive” dal punto di vista lavorativo. Una scelta che, con non minore approssimazione, si potrebbe definire “solidaristica”. Non necessariamente “buonista” però, e anzi, per certi aspetti, più pragmatica (se non si vuole dire “utilitaristica”). Da un lato, vaccinare prioritariamente gli anziani, rappresentando la “continuazione” di un iter già intrapreso [27], potrebbe essere, per ciò solo, più “semplice”. Soprattutto, sembra ragionevole ipotizzare che l'esitazione vaccinale (rispetto al vaccino anti Covid 19) diminuisca proporzionalmente al crescere dell'età. La parte di popolazione più anziana potrebbe cioè rivelarsi meno riluttante alla somministrazione del vaccino, sia perché maggiormente preoccupata del rischio di un contagio sia perché meno preoccupata di eventuali effetti collaterali avversi proiettati in una dimensione a medio-lungo termine.

In ambedue le ipotesi, la soluzione di affidarsi al criterio anagrafico potrebbe apparire pilatesca, in quanto si arrenderebbe ad un criterio “meccanico”, e in una certa misura, in questa prospettiva, forse lo è. A ben vedere tuttavia, dal momento che interverrebbe solo dopo avere preso in considerazione situazioni di specifiche vulnerabilità o bisogni, non risulterebbe essere meno rispettosa di altre del “principio morale, deontologico e giuridico generale della uguale dignità di ogni essere umano e di assenza di ogni discriminazione e al principio morale integrativo dell'equità” [28]. Si presenterebbe inoltre assolutamente “oggettiva” e facile da applicare, vantaggi da non sottovalutare. Una soluzione, come detto, forse pilatesca ma, ancora forse, probabilmente la più realisticamente praticabile.

 

 

* La riflessione interseca temi e problemi su cui i documenti sono numerosi, i riferimenti giurisprudenziali vastissimi e la letteratura scientifica sterminata. Un richiamo, se non esaustivo quanto meno sufficiente, non appare quindi in linea con l'impostazione della presente riflessione, risultando preferibile limitare i richiami ai principali riferimenti “istituzionali” e giurisprudenziali.

Riferimenti bibliografici:

[1] Accademia Nazionale dei Lincei (ANL), Accesso equo ai vaccini. Documento della Commissione Covid 19, 1° giugno 2020, p. 4.

[2] ANL, Accesso equo ai vaccini, cit. Anche il Comitato nazionale di bioetica (CNB), I vaccini e Covid 19: aspetti etici per la ricerca, il costo e la distribuzione, 27 novembre 2020, sottolinea come “l'emergenza pandemica non debba portare a ridurre i tempi della sperimentazione, indispensabili sul piano scientifico, bioetico e biogiuridico, per garantire la qualità e la protezione dei partecipanti...il vaccino debba essere considerato un ‘bene comune', la cui produzione e distribuzione a favore di tutti i Paesi del mondo non sia regolata unicamente dalle leggi di mercato”, il Comitato richiama infine “l'imprescindibilità della riflessione etica nell'ambito delle scelte di distribuzione”. limitarsi a pochissimi essenziali riferimenti giurisprudenziali.

[3] Cfr. Corte Cost., 14 dicembre 2017, n. 268, “In tema di trattamenti vaccinali, la tecnica dell'obbligatorietà (…) e quella della raccomandazione (…) possono essere sia il frutto di concezioni parzialmente diverse del rapporto tra individuo e autorità sanitarie pubbliche, sia il risultato di diverse condizioni sanitarie della popolazione di riferimento, opportunamente accertate dalle autorità preposte. Nel primo caso, la libera determinazione individuale viene diminuita attraverso la previsione di un obbligo, assistito da una sanzione.... Nel secondo caso, anziché all'obbligo, le autorità sanitarie preferiscono fare appello all'adesione degli individui a un programma di politica sanitaria. La tecnica della raccomandazione esprime maggiore attenzione all'autodeterminazione individuale (o, nel caso di minori, alla responsabilità dei genitori) e, quindi, al profilo soggettivo del diritto fondamentale alla salute, tutelato dal primo comma dell'art. 32 Cost., ma è pur sempre indirizzata allo scopo di ottenere la migliore salvaguardia della salute come interesse (anche) collettivo. … l'obiettivo essenziale che entrambe perseguono [risiede] nella profilassi delle malattie infettive: ossia il comune scopo di garantire e tutelare la salute (anche) collettiva attraverso il raggiungimento della massima copertura vaccinale. In questa prospettiva, incentrata sulla salute quale interesse (anche) obiettivo della collettività, non vi è differenza qualitativa tra obbligo e raccomandazione: l'obbligatorietà del trattamento vaccinale è semplicemente uno degli strumenti a disposizione delle autorità sanitarie pubbliche per il perseguimento della tutela della salute collettiva, al pari della raccomandazione”.

[4] Ministero della Salute (insieme con Presidenza del Consiglio dei ministri, Istituto superiore di sanità, Agenas e Aifa), Vaccinazione anti-SARS-CoV2/Covid-19. Piano strategico. Elementi di preparazione e implementazione della strategia vaccinale, presentato dal Ministro della Salute, on. Speranza, alla Camera dei Deputati e al Senato il 2 dicembre 2020, Aggiornamento del 12 dicembre 2020, “lo sviluppo di raccomandazioni su gruppi target cui offrire la vaccinazione sarà ispirato dai valori e principi di equità, legittimità, protezione, promozione della salute e del benessere, su cui basare la strategia di vaccinazione” (p. 5, c.vo aggiunto).

[5] Cfr. L. 22 dicembre 2017, n. 219, recante “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento”, Corte Cost., ord. 16 novembre 2018, n. 207; Corte Cost., sent. 22 novembre 2019, n. 242; Cass., 16 ottobre 2007, n. 21748.

[6] I documenti sul tema sono molteplici, la letteratura molto estesa, cfr. almeno il numero monografico della rivista Vaccine, dedicato interamente all'esitazione vaccinale, “WHO Recommendations Regarding Vaccine Hesitancy”, pubblicato nell'agosto del 2015, che raccoglie il materiale elaborato dal gruppo di lavoro ad hoc istituito dallo Strategic Advisory Group of Experts (Sage) on Immunization dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) nel 2012 e guidato da un Segretariato congiunto Oms/Unicef.

[7] L'International Coalition of Medicines Regulatory Authorities (ICMRA) ha recentemente sollecitato tutte le parti interessate nello sviluppo dei vaccini a continuare le sperimentazioni sul vaccino Covid oltre il tempo in cui nel trial sono stati raggiunti i casi di malattia necessari per l'analisi finale, in quanto tale prosecuzione può fornire importanti informazioni aggiuntive e più precise sulla sicurezza e l'efficacia a lungo termine di un vaccino contro Covid-19 (“it will be of the utmost importance to continue gathering data about the vaccine safety and efficacy in the longer-term after the interim or final analysis is completed. Specifically, continued follow-up of clinical trial participants after a regulatory decision has been made can provide important additional and more precise information on longer-term safety and efficacy against specific aspects of SARS-CoV-2 disease or infection, including efficacy against severe disease, efficacy in important subgroups, potential risks of vaccine-induced enhanced disease and whether protection against COVID-19 disease wanes over time... For these reasons, investigators and sponsors should develop strategies to ensure continuation of follow-up of vaccinated and control groups for as long as possible after any regulatory approval that is based on planned analyses conducted while trials are still ongoing and after final analyses are completed”, Statement on continuation of vaccine trials, Novembre 2020). L'esigenza di una particolare farmacovigilanza è presente anche nel documento presentato dal Ministero della Salute, “L'AIFA, in aggiunta alle attività di farmacovigilanza che sono normalmente previste per farmaci e vaccini (…) promuoverà l'avvio di alcuni studi indipendenti post-autorizzativi sui vaccini COVID…la finalità è quella di disporre, anche attraverso una rete collaborativa internazionale, della capacità di evidenziare ogni eventuale segnale di rischio e, nel contempo, di confrontare i profili di sicurezza dei diversi vaccini”(Ministero della Salute (insieme con Presidenza del Consiglio dei ministri, Istituto superiore di sanità, Agenas e Aifa), Vaccinazione anti-SARS-CoV2/Covid-19. Piano strategico, cit., pp. 10-11, c.vo nel testo).

[8] Ministero della Salute (insieme con Presidenza del Consiglio dei ministri, Istituto superiore di sanità, Agenas e Aifa), Vaccinazione anti-SARS-CoV2/Covid-19. Piano strategico, cit., p. 11.

[9] Ministero della Salute (insieme con Presidenza del Consiglio dei ministri, Istituto superiore di sanità, Agenas e Aifa), Vaccinazione anti-SARS-CoV2/Covid-19. Piano strategico, cit., pp. 11-12.

[10] CBN, I vaccini e Covid 19, cit., “In via generale per il Comitato è sempre auspicabile il rispetto del principio che nessuno subisca un trattamento sanitario contro la sua volontà e, quindi, tendenzialmente la preferenza dell'adesione spontanea rispetto ad un'imposizione autoritativa, ove il diffondersi di un senso di responsabilità individuale e le condizioni complessive della diffusione della pandemia lo consentano. Tuttavia, il Comitato è altresì consapevole che sono riconosciute per legge nel nostro ordinamento ed eticamente legittime forme di obbligatorietà dei trattamenti sanitari, quali appunto il vaccino, in caso di necessità e di pericolo per la salute individuale e collettiva. Pertanto, nel caso di questa pandemia, che mette a rischio la vita e la salute individuale e pubblica, tanto più qualora non si disponga di nessuna cura, il Comitato ritiene eticamente doveroso che vengano fatti tutti gli sforzi per raggiungere e mantenere una copertura vaccinale ottimale attraverso l'adesione consapevole. Nell'eventualità che perduri la gravità della situazione sanitaria e l'insostenibilità a lungo termine delle limitazioni alle attività sociali ed economiche, il Comitato ritiene inoltre che - a fronte di un vaccino validato e approvato dalle autorità competenti - non vada esclusa l'obbligatorietà”.

[11] Cfr. Corte cost. 22 giugno 1990, n. 307, “la legge impositiva di un trattamento sanitario non è incompatibile con l'art. 32 della Costituzione se il trattamento sia diretto non solo a migliorare o a preservare lo stato di salute di chi vi è assoggettato, ma anche a preservare lo stato di salute degli altri, giacché è proprio tale ulteriore scopo, attinente alla salute come interesse della collettività, a giustificare la compressione di quella autodeterminazione dell'uomo che inerisce al diritto di ciascuno alla salute in quanto diritto fondamentale. Ma si desume soprattutto che un trattamento sanitario può essere imposto solo nella previsione che esso non incida negativamente sullo stato di salute di colui che vi è assoggettato, salvo che per quelle sole conseguenze, che, per la loro temporaneità e scarsa entità, appaiano normali di ogni intervento sanitario, e pertanto tollerabili”.

L'imposizione dell'obbligo vaccinale si presenta secondo un andamento (delinea un percorso) che si potrebbe definire circolare. L'art. 47 del d.P.R. n. 1518/1967 prevedeva, quale condizione necessaria ai fini dell'ammissione dell'alunno alla scuola dell'obbligo o agli esami, la presentazione alle autorità scolastiche, da parte dei genitori o di chi ne faceva le veci, delle certificazioni riguardanti le vaccinazioni effettuate.

[12] Cfr. Corte Cost., sent. 23 giugno 1994, n. 258.

[13] C.d.S., Ad. plen. 20 settembre 2017, parere 26 settembre 2017, n. 2065, “la copertura vaccinale può non essere oggetto dell'interesse di un singolo individuo, ma sicuramente è d'interesse primario della collettività e la sua obbligatorietà – funzionale all'attuazione del fondamentale dovere di solidarietà rispetto alla tutela dell'altrui integrità fisica – può essere imposta ai cittadini dalla legge, con sanzioni proporzionate e forme di coazione indiretta variamente configurate, fermo restando il dovere della Repubblica (anche esso fondato sul dovere di solidarietà) di indennizzare adeguatamente i pochi soggetti che dovessero essere danneggiati dalla somministrazione del vaccino”.

[14] Corte Cost. sent. 18 gennaio 2018, n. 5.

[15] Per il CNB, I vaccini e Covid 19, cit., “Una particolare attenzione dovrebbe essere rivolta all'identificazione delle fonti di disinformazione e di falsa informazione (evitando la diffusione delle fake news), con un attento monitoraggio”.

[16] Quanto alle esenzioni, dovrebbero essere ovviamente consentite quelle fondate su ragioni mediche, mentre consentire quelle su fondate su ragioni religiose o filosofiche finirebbe con il vanificare l'effettività dell'obbligo.

[17] Cfr. Corte Cost., sent. 22 giugno 1990 n. 307, cit., “il rilievo costituzionale della salute come interesse della collettività non è da solo sufficiente a giustificare la misura sanitaria. Tale rilievo […] non postula il sacrificio della salute di ciascuno per la tutela della salute degli altri” e Corte Cost., sent. 18 aprile 1996, n. 118, secondo cui “nessuno può essere semplicemente chiamato a sacrificare la propria salute a quella degli altri, fossero pure tutti gli altri”.

[18] L'eventualità è espressamente considerata dal CNB, I vaccini e Covid 19, cit., per il quale l'obbligatorietà del vaccino non deve essere esclusa “soprattutto per gruppi professionali che sono a rischio di infezione e trasmissione di virus. Tale obbligo dovrebbe essere discusso all'interno delle stesse associazioni professionali e dovrà essere revocato qualora non sussista più un pericolo significativo per la collettività”.

[19] In via meramente esemplificativa, ai sensi della l. 292/1963 è prevista la vaccinazione contro il tetano per alcune categorie di lavoratori (lavoratori agricoli, pastori, allevatori di bestiame, conciatori e altre categorie definite). Nel caso del personale sanitario le norme (D.P.R. 465/2001 e DM 22.12.1988) prevedono l'obbligo di vaccinazione antitubercolare in rari casi e l'offerta (non obbligo) per l'epatite B (ma anche per morbillo e rosolia). La disponibilità gratuita della vaccinazione per l'epatite B è prevista anche per mansioni quali lo smaltimento rifiuti, per i vigili del fuoco e gli appartenenti ai corpi di polizia, ma non è comunque un obbligo. Per i militari in servizio permanente sono obbligatorie le vaccinazioni per polio, meningite, epatite A e B, rosolia, parotite, tetano e antimeningococcica. La vaccinazione antitifica era obbligatoria per alcune attività (addetti laboratori e smaltimento liquami), ma dal 2000 è nella facoltà delle Regioni introdurla, comunque non in modo generalizzato. Il decreto 7 giugno 2017, n. 73 cd, decreto vaccini, convertito in l. 31 luglio 2017, n. 119, ha poi reso obbligatorie per i minori di 16 anni una serie di vaccinazioni. 

[20] Ministero della Salute (insieme con Presidenza del Consiglio dei ministri, Istituto superiore di sanità, Agenas e Aifa), Vaccinazione anti-SARS-CoV2/Covid-19. Piano strategico, cit., p. 5.

[21] Ministero della Salute (insieme con Presidenza del Consiglio dei ministri, Istituto superiore di sanità, Agenas e Aifa), Vaccinazione anti-SARS-CoV2/Covid-19. Piano strategico, cit., p. 6.

[22] Ministero della Salute (insieme con Presidenza del Consiglio dei ministri, Istituto superiore di sanità, Agenas e Aifa), Vaccinazione anti-SARS-CoV2/Covid-19. Piano strategico, cit., p. 6.

[23] Ministero della Salute (insieme con Presidenza del Consiglio dei ministri, Istituto superiore di sanità, Agenas e Aifa), Vaccinazione anti-SARS-CoV2/Covid-19. Piano strategico, cit., p. 6.

[24] Ministero della Salute (insieme con Presidenza del Consiglio dei ministri, Istituto superiore di sanità, Agenas e Aifa), Vaccinazione anti-SARS-CoV2/Covid-19. Piano strategico, cit., p. 7.

[25] Ministero della Salute (insieme con Presidenza del Consiglio dei ministri, Istituto superiore di sanità, Agenas e Aifa), Vaccinazione anti-SARS-CoV2/Covid-19. Piano strategico, cit., p. 5.

[26] CNB, I vaccini e Covid 19, cit., per il quale “l'esclusivo obiettivo della determinazione delle priorità consiste nell'esigenza etica di proteggere il più possibile ogni persona, nel rispetto dei principi di uguaglianza, alla luce dei doveri di solidarietà sociale (artt. 2 e 3 Cost.)”.

[27] Per i soggetti di età superiore agli 80 anni, così come indicato nel piano ministeriale.

[28] CNB, I vaccini e Covid 19, cit.

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